Lo strano fenomeno del tarantismo

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Giaceva supina al suolo la candida tarantata abbandonata, con il suo cuore rosa ferito a morte. L’esorcismo musicale dell’ardente tamburello e del nostalgico violino la destarono dalla quiete ormai impaziente di farsi tempesta. La folta chioma bruna si agitava come serpi affamate, le sue braccia si allargavano in un grande moto ritmico e i suoi piedi leggeri iniziavano a battere freneticamente il tempo della tarantella. Il tarantismo (o tarantolismo, ndr) viene considerato un fenomeno storico-religioso minore, nato nel Medioevo, di prevalente appartenenza alla minoranza contadina, specialmente femminile. Tale formazione religiosa si è sviluppata in quella che l’antropologo, filosofo e storico italiano Ernesto De Martino ha definito Terra del Rimorso, la Puglia, in quanto area elettiva del fenomeno del tarantismo e più ampiamente tutta l’Italia meridionale, intesa come la terra del cattivo passato che torna ed opprime con il suo ritorno. Nel fenomeno del tarantismo il rimorso non coincide con la memoria di un passato cupo, ma nell’impossibilità di ricordare un episodio critico del passato mai risolto, mascherato sotto forma di nevrosi. È caratterizzato, inoltre, dal simbolismo della taranta (ragno che morde e avvelena) e dall’intenso simbolismo della musica, dei colori e della danza che liberano i tarantati dal morso avvelenato. L’antropologo Ernesto De Martino, con l’aiuto della sua équipe, condusse un’indagine del 1959 in diversi paesi del Salento, per dimostrare il forte condizionamento culturale presente all’interno del fenomeno e per sfatare le idee che lo consideravano meramente una patologia insorgente in seguito al morso della Lycosa tarantula.

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Secondo l’antropologo le cause vanno ricercate nella cultura di una terra, la Puglia, da sempre stata crocevia di popoli, terra del sole e sofferenza mai vinta. Sofferenza di persone ai margini del vivere sociale, in maggioranza contadini e donne, vittime di una società patriarcale, coloro che hanno trovato l’unico modo di dare libero sfogo alle frustrazioni accumulate a causa delle precarie condizioni di una vita subalterna, attraverso il ballo e il simbolo del ragno che morde e rimorde, mediante il quale il conflitto irrisolto diventa cosciente seppur in modo alienato. Come sostenuto da De Martino ne La Terra del Rimorso: “Il simbolo della taranta mette in movimento un dispositivo di sicurezza che ha tutti i caratteri della plasmazione culturale: attraverso il suo proprio orizzonte e i suoi orizzonti simbolici minori cui presiede, le singole crisi individuali sono sottratte alla loro incomunicabilità nevrotica, per ricevere una comune plasmazione nel comportamento dell’avvelenato e per fluire di un comune trattamento risolutivo per mezzo della musica, della danza e dei colori e di quant’altro dispone il dispositivo in azione.” I tarantati sono sensibili alla musica, ai colori e ai ritmi in modo dipendente dal tipo di taranta che li ha morsi, i quali ballano fino alla morte di quest’ultima. Ed è così che il ragno diviene l’espediente, la forza scatenante di reazione ad un disagio più profondo che dilagava nel meridione.

(Foto di copertina da Rivistescienzesociali.it: si ringrazia)

Nicòl De Giosa

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