Libia, al mercato di Tripoli si svendono uomini.

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Alla periferia di Tripoli, la rotonda di Fashelom è il luogo diventato il mercato dei soldati. Una specie di discount, un outlet del mercenario.

Alle sei del mattino aprono “gli uffici di collocamento”. Decine di lavoratori offrono la propria mano d’opera. Possono scaricare camion, costruire muri, sono pronti a qualunque proposta.Può anche capitare, per chi ne ha uno, che per fare il proprio lavoro in pace occorra prima pagare una sorta di tassa consistente in un periodo di arruolamento alle milizie.

È il padrone del cantiere a prendere accordi con i militari che si concreta sostanzialmente in uno scambio molto elementare: uomini per soldi.Al lavoratore si chiede un mese di arruolamento nelle milizie. Chi non accetta di partire per la guerra perde il lavoro.A finire in prima linea sono quelli che ci sanno fare di più con le armi, quelli del Ciad, o dell’Eritrea, mentre la maggior parte, è impiegata per attività più semplici nelle zone di retrovia.

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Naturalmente sul caporalato dei soldati c’è un grande riserbo. Nessuno trova il coraggio di farne parola con gli organi di stampa e nemmeno si è certi che si tratti per tutti di arruolamenti forzati.Mentre qualcuno asserisce che i tebu e i mahamid combattano volentieri sentendosi tribù libiche, altri sostengono che nessuno abbia, di fatto, trovato le prove che i migranti siano mandati a sparare. In verità l’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, ha più volte palesato i suoi sospetti.

Di certo a giocare un ruolo decisivo nelle scelte è la pessima condizione cui sono sottoposti i lavoratori in Libia. Turni estenuanti, fatiche inumane e, alla fine, non è certo che sia corrisposto quanto pattuito.

Tutto in sostanza è lasciato al buon cuore del datore di lavoro che spesso può liquidare il lavoratore anche in malo modo, con delle bastonate. Ecco perché alla fine arruolarsi nelle milizie può per molti disperati non essere la soluzione peggiore.Questo è insomma il desolante scenario di guerra che ogni giorno colora le giornate di Tripoli in un teatro geopolitico in Libia a dir poco, preoccupante.

Bisogna prendere atto che da quando il generale libico Khalifa Haftar, capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico ha ampliato la rete dei suoi sostenitori internazionali si sta disegnando una condizione potenzialmente in grado di compromettere gli equilibri di pace in tutto il mondo.

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Si ha notizia di centinaia di soldati e mercenari che affluiscono in Libia, per combattere nelle diverse fazioni che si contendono il territorio e nulla fa pensare che le cose miglioreranno nel tempo.

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Anche il contingente italiano da oltre due anni impegnato soprattutto nel curare i miliziani feriti durante la loro offensiva contro l’Isis a Sirte, resta al momento inerte di fronte al cambiamento ma, a quanto pare, tenere aperto un dialogo in quel contesto di guerra tra le diverse fazioni libiche non è per nulla semplice.

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Troppi sono gli eventi e i protagonisti della difficile crisi e sembra alquanto azzardato muoversi in un’intricata e delicatissima matassa di rapporti complessi e pericolosi, senza rischiare di peggiorare ulteriormente la situazione.

Il mondo resta col fiato sospeso chiedendosi ad esempio che cosa succederà nell’imminente futuro se l’Iran e l’Iraq decideranno di intraprendere azioni dopo l’uccisione del generale iraniano Soleimani, anche se al momento l’Iran non è tra i protagonisti della crisi in Libia.

Di certo le milizie libiche che in passato hanno dato prova della propria forza nella lotta contro l’Isis, ora si scoprono troppo deboli per garantire la sopravvivenza del governo se dalla parte di Haftar continuano ad arrivare sostegni, magari occulti, da parte dei pezzi grossi della comunità internazionale.

Negli equilibri internazionali ognuno tende a prendere una sua posizione, tuttavia gli Usa risultano essere ancora ambigui e nell’unione europea, mentre gli stati membri si allineano, di fatto, la Francia ha rapporti amichevoli con Haftar.

Più chiaro è il sostegno russo al generale di Tobruk. È stato più volte affermato che mercenari e contractor russi sono arruolati nelle sue fila, gli stessi che forse potrebbero aver aiutato le forze di Haftar ad abbattere dei droni tra cui uno italiano.

Con Haftar poi ci sono soprattutto l’Egitto e gli Emirati Arabi.

La notizia ha avuto conferma qualche giorno fa, dopo il ritrovamento di alcuni documenti, recuperati dai miliziani del Governo di accordo nazionale (GNA) guidato da Fayez al-Sarraj, nelle uniformi di alcuni mercenari sudanesi che combattevano nei ranghi dell’Esercito Nazionale Libico del generale (LNA) Khalifa Haftar.

I documenti proverebbero che il loro arruolamento è stato gestito e pagato dagli Emirati Arabi Uniti tramite Private Security Companies (PSC).

Abu Dhabi del resto sostiene apertamente l’LNA da diversi anni con forniture militari, contractors, consiglieri militari e consulenti assegnati direttamente allo staff di Haftar e, a quanto pare, con l’arruolamento di mercenari in Sudan.

Il The New Arabia rivela che il personale combattente è in genere assunto con la qualifica di “guardia di sicurezza” da parte della Black Shield Security, società emiratina di sicurezza e che molti sudanesi sarebbero assunti come guardie di sicurezza, poi trasferiti in Libia in campi di addestramento e in seguito a combattere.

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Insomma tra accordi pubblici, privati e segreti appare alquanto difficile intessere una trama di pace, al contrario la guerra in Libia sta assumendo dei contorni preoccupanti. Una condizione davvero spinosa capace di tenere il mondo col fiato sospeso.

Gianmatteo Ercolino

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