Libia, al Serraj chiede aiuto all’Italia e ad altri quattro Paesi "amici"

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Sembrava destinata a esaurirsi in un breve periodo e invece continua sanguinosa la battaglia civile che coinvolge otto milioni di libici e un numero imprecisato di profughi.

Da un lato, il generale Khalifa Haftar, l’uomo che sogna di riunificare la Libia militarmente, dall’altro, il Governo di Fayez al-Serraj, il premier voluto dalle Nazioni Unite nel gennaio del 2015 con la sigla del Governo di accordo nazionale.

Il primo è un leader senza legittimità internazionale, il secondo un leader senza legittimità interna.

È proprio quest’ultimo a lanciare un appello alle forze europee.

Il presidente del Consiglio presidenziale del governo dell’Accordo nazionale, Fayez Al-Serraj, ha inviato, infatti, lettere ai leader di Stati Uniti, Regno Unito, Italia, Algeria e Turchia, chiedendo di "attivare gli accordi di cooperazione in materia di sicurezza per respingere l’aggressione contro Tripoli di tutti i gruppi armati che operano al di fuori della legittimità dello Stato, al fine di mantenere la pace sociale e raggiungere la stabilità in Libia".

Al-Serraj, ha anche esortato i cinque Paesi a "cooperare e coordinarsi con il governo di riconciliazione nazionale nella lotta alle organizzazioni terroristiche", comprese quelle jihadiste, "per le quali l’aggressione ha creato una nuova opportunità per tornare in Libia, dove le loro attività sono aumentate da quando è cominciata l’offensiva.”

La lettera chiede inoltre una maggiore cooperazione nella lotta all’immigrazione clandestina e nella lotta alla criminalità organizzata e ai trafficanti di esseri umani. Tra gli interlocutori scelti dal presidente libico, non c’è però la Francia accusata dal governo libico di offrire sostegno al generale Khalifa Haftar.

Anche il presidente turco Erdogan in un vertice tenuto a Kuala Lampur accusa la Francia, ma anche l’Egitto, e l’Italia di assumere un atteggiamento ambiguo che lascia sottintendere la volontà di legittimare il generale Khalifa Haftar.

La matassa dei rapporti internazionali appare dunque quanto mai aggrovigliata.

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Di certo l’esistenza del governo di Serraj ora è appesa all’alleanza con Misurata, che in Libia è come una sorta di città-Stato.

A Misurata ci sono i militari che hanno lottato Gheddafi e l’Isis, ma bisogna fare i conti anche con Zintan, città indipendente sia da Al-Serraj sia da Haftar, potenzialmente pericolosa per la sua possibilità di allearsi con l’uno o con l’altro.

Non mancano poi nell’intero Pese, quelli che sono a favore della jihad, e quindi al generale Haftar e anche gruppi particolari come quello dei Madkhali, i cosi detti uomini mascherati, braccio armato della diplomazia del Golfo, pronti a schierarsi con chi riceve i finanziamenti da Dubaj e Ryhad. Si tratta di un gruppo pericoloso proprio perché non ha una sua precisa collocazione e da essi può quindi dipendere in larga parte la durata e il conflitto in Libia.

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Di là dagli affari interni nel delicato intreccio delle relazioni diplomatiche oggi, a finire nel mirino è comunque soprattutto Emmanuel Macron.

Parigi è stata la prima capitale europea visitata dal generale e la Francia ha votato contro una risoluzione del Parlamento europeo per chiedere l’immediata interruzione dell’avanzata di Haftar. Pare però che in realtà il presidente francese abbia l’interesse a un nuovo corso in Libia, anche per scalzare l’Italia dal suo predominio sulle risorse petrolifere del Paese.

Per questo il governo di Tripoli e l’Italia sostengono che l’approvazione per l’avanzata sulla capitale della Libia sia arrivata anche dai francesi.

Dopo la richiesta d’aiuto inviata da Al Serraj, la Farnesina chiarisce la propria posizione: "La soluzione alla crisi libica può essere solo politica, non militare. Per questo motivo continuiamo a respingere qualsiasi tipo d’interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo".

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A prescindere da quello che accadrà in molti sono scettici sull’effettiva capacità di Haftar nella sua impresa di riunificare la Libia. Il generale ha ormai settantacinque anni, è malato, anzi più volte è stato dato per morto. Ammesso che accada il miracolo della riunificazione per quanto tempo potrebbe durare?

Per finire, ciò che resta è che gli interessi che gravitano intorno a questa guerra sono enormi e appare molto difficile penetrare gli intricati grovigli che la caratterizzano.

Ad ogni buon conto l’Italia ha fatto la sua parte rassicurando Al Serraj.

Gianmatteo Ercolino

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