Libero sfogo in libera rete: benvenuti in tempi social…mente pericolosi

Libero_sfogo_in_libera_rete_benvenuti_in_tempi_social…mente_pericolosi.jpg

La febbre da riconoscibilità a tutti i costi sui social ha raggiunto forme contenutistiche estreme tanto da essere derubricate come incitamento all’odio, hate speech. L’osservazione di ciò che accade in rete è diventata da tempo una materia di studio e un’area di osservazione privilegiata per comprendere quelle che sono le dinamiche intersoggettive nella nostra vita sociale. Nonostante quelle che possono essere i potenziali venti di guerra propagandati dai media negli spazi di informazione televisiva, in atto viviamo in un’era geopoliticamente pacificata a livello macro territoriale, tanto da, evidentemente, dover ricorrere ad artifici virtuali per poter dare libero sfogo a deliberate azioni violente del tutto inedite e sotto forma di dinamiche a tutto social. È interessante allora buttarsi a capofitto su quelle che sono le virulenze verbali e le cattiverie online che ogni giorno vengono vomitate attraverso i più disparati strumenti di comunicazione digitale, così da riuscire a bloccare sul nascere piccoli capetti da tastiera resi forti grazie all’anonimato e a leggi non ancora chiare e puntuali su una serie di reati partoriti da esaltati dell’ultim’ora.

cms_6888/2.jpg

Accademici,esperti,parlamentari di ogni schieramento politico riuniti nella Commisisone “Jo Cox”, hanno qualche settimana fa concluso i lavori per fare il punto sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio in rete. La relazione finale stilata dall’organismo intitolato alla memoria della deputata britannica uccisa da un neonazista esaltato il 16 giugno dello scorso anno, ha approvato una serie di raccomandazioni che mirano a prevenire e a contrastare le campagne d’odiosui media e sui social network contro donne, immigrati, rom, fedi religiose, persone con disabilità e persone LGBTI, attraverso l’informazione, la formazione scolastica, la responsabilizzazione di tutti e un’adeguata sanzione dei messaggi di odio. La raccolta dei dati della Commissione delinea un quadro di noi italiani vittime soprattutto di disinformazione e di pregiudizi atavici. Molti nostri connazionali pensano infatti che una donna che lavora non possa seguire i figli al pari di una che non lavora; un italiano su quattro pensa che l’omosessualità sia una malattia e ha dubbi che una persona omosessuale possa efficacemente fare politica; si gonfiano i numeri sugli immigrati nel nostro Paese: si crede siano il 30% della popolazione mentre sono solo l’8%.

cms_6888/3.jpg

Il lavoro della Commissione è stato certamente un lavoro prezioso da cui prendere spunto e far partire non solo opportune riflessioni, ma anche per correre fin che si è in tempo, ai ripari. Scoprire che in rete vi è un vaso di Pandora colmo di odio, non è una gran scoperta, sia chiaro. Dietro il bandewagon effect della libertà di espressione si è schierata la maggior parte dell’utenza internettiana, e ora questa massa si arroga il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. La rete è il proscenio di una sconfortante inconsapevole e malsana ignoranza sul peso specifico di parole terribili come odio, stupro, soluzioni finali e pistole facili per tutti che quotidianamente occupa la scena della nostra vita. La narrazione in alcuni gruppi social si carica di disprezzo e si alimenta grazie a un senso di alienazione elettronica che fa del mare social uno dei luoghi più agitati in termini di cattivi esempi e deliranti soluzioni (finali). Ci si ritrova allora immersi in un mediaevo fatto di invasioni islamiche, politici corrotti, governi abusivi, tesi complottiste, vaccini che uccidono, forni sempre pronti a essere accesi, pistole con il colpo in canna, scie chimiche, terre piatte, profezie catastrofiste. Difendersi in questa selva oscura è arduo perché le ciance deliranti si autoalimentano di concime user friendly chiamato fake news e sotto l’ala protettiva di una condivisione forzata, pena la frustrazione e il senso di ignoranza di massa. Lo (hate) speech corner della rete ha garantito cittadinanza e visibilità a un insieme sconfinato di soggetti che sotto l’ala protettiva delle garanzie costituzionali, hanno creduto di poter vomitare in un territorio neutro, così pensano, le peggiori ingiurie e i più orribili pensieri denigratori e xenofobi. La libertà di pensiero non significa libertà di offesa, è questa semplice ma salda considerazione la base di partenza perché la rete non sia una fabbrica dell’odio ma torni a essere un patrimonio di tutta la comunità democratica.

Andrea Alessandrino

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su