La solitudine del cittadino globale

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Torno a parlare di un tema sempre molto attuale e, secondo il mio parere, fondamentale per la tenuta democratica di un Paese, ovvero l’informazione di qualità. È un dato ormai accertato che l’avvento dei nuovi media e in particolar modo delle tante piattaforme di condivisione a disposizione di miliardi di persone in tutto il mondo, abbia scombussolato un sistema, quello dell’informazione tout court, ad appannaggio sino a pochi decenni fa solo della carta stampata e dei sistemi radio televisivi. Se sulla questione del supporto attraverso il quale le notizie vengono pubblicate il dibattito è ancora in fieri (per esempio negli Usa sta tornando “di moda” l’informazione su carta stampata, grazie anche agli investimenti dell’ormai uomo più ricco al mondo, Jeff Bezos, sul Washington Post, mentre in Europa il dibattito è ancora aperto anche a causa dei dati negativi di vendita dei giornali), sulle capacità di disintermediazione dei singoli anche nel campo dell’informazione non vi è alcun dubbio.

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I singoli cittadini, o meglio, i nettadini, stanno sperimentando sul campo esperienze di letture condivise in grado di sollevare, seppur a livello virtuale, un fecondo dibattito attorno alla singola notizia. Oggi il cittadino, come il lettore, si trova davanti a uno tsunami di notizie di fronte al quale è sempre più difficile discernere ciò che è spazzatura, fake news, e ciò che invece è informazione di qualità se non si possiede un adeguato filtro attraverso il quale selezionare analiticamente il buono dal cattivo. Ciò che si arriva a leggere sui tanti canali di informazione presenti un po’ ovunque è un insieme disordinato e confuso in cui è necessario attivare il senso di responsabilità di ognuno di noi, a prescindere da dove la notizia arrivi. La società in rete è stata troppo presto mitizzata per il suo diffuso senso di democraticità che è in grado di trasmettere rispetto alla percezione che ne abbiamo nella vita reale e ogni qualvolta ci relazioniamo con i palazzi del potere. Lo smarrimento del sentiment democratico di molte persone ha innescato naturaliter un principio secondo cui la vera democrazia è quella in rete e assiomaticamente ciò che viene detto e trasmesso attraverso i canali della rete sia vero e fondato.

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A forza di hashtag e retwitt le notizie vengono rilanciate e sono rese virali, sono strumenti in grado di dare dignità alle fake news e insieme capaci di condizionare l’opinione pubblica. Molte persone grazie proprio all’esplosione delle fake news hanno costruito delle carriere e si sono proposti, pur non avendone i titoli, come pseudo giornalisti. A onor del vero aggiungo che anche molti professionisti dell’informazione giocano molto sul connubio tra inganno e sensazionalismo della notizia per attirare like e click sulle home page dei loro giornali online e incrementare di conseguenza le rendite pubblicitarie (vedi click baiting). Per contrastare le sfide che vedono l’informazione di qualità sempre più affidarsi al senso di responsabilità del singolo, lasciato improvvisamente solo in questo territorio immenso che è la rete, perché non affidarsi al potere di disintermediazione della sharing economy? Si condivide ormai qualsiasi cosa, la casa, la bici, l’auto, perché allora non condividere anche la lettura creando dei gruppi di persone attraverso lo strumento dei social con lo scopo di affrontare i temi proposti sui giornali e condividerne i contenuti. In questo senso un ruolo attivo oltre ai cittadini lo potrebbero avere anche le istituzioni, magari con l’offrire luoghi adatti dove svolgere attività che si potrebbero definire di coreading. Credere politicamente nell’emergere di un nuovo ceto sociale formato da persone in possesso solo del proprio capitale umano messo a disposizione per proporre nuove forme di politiche pubbliche dal basso, è sempre più un aspetto in grado di contraddistinguere positivamente città con il senso della condivisione e dunque smart. È un tentativo certo, ma sempre meglio che rimanere seduti davanti a uno schermo rinchiusi nella nostra camera dell’eco ad alimentare le nostre solitudini digitali.

Andrea Alessandrino

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