La sconfitta e la speranza

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La grande Emma Bonino non me ne vorrà (ammesso che mi legga) se associo alla sua bella immagine il concetto della sconfitta, perché non è certo lei che la evoca, ma chi si affida ai simboli in momenti di disagio per un istinto primordiale tipico di chi “non sa più a chi santo votarsi”. L’atavico vizio, che si presenta inesorabile come la falce di sorella morte, questa volta lo testimonia la prestigiosa testata de “l’Espresso”, che ha eletto la Bonino“Persona dell’anno”. Anzi, per riportare l’espressione usata dal suddetto giornale, l’ha proprio “incoronata”, lasciando così nuovamente libera, pur tra le pieghe di una bonaria ironia, quella storica tendenza italica a liberare gli spazi occupati da un dominatore attraverso defenestrazioni variamente declinateche servono a far posto ad un altro dominatore che deve sostituirlo.

cms_5176/2.jpgL’Espresso elogia le virtù di Emma, sia quelle trascorse che presenti, e lo fa con grande sagacia, descrivendo il vero, sacrosanto profilo dell’unica donna “candidata” alla presidenza della Repubblica da un movimento trasversale che purtroppo non bastò a portarla al Quirinale (per colpa anche di altre donne che vi preferirono altri uomini). Sempre alternativa. Sempre critica verso il sistema, ma sempre dentro, per cambiarlo, in favore dei più deboli. Emma Bonino incarna l’antirazzismo e trasmette il desiderio di giustizia più limpido. Insomma, è difficile che qualcuno possa parlar male di una donna come lei. Di una persona come lei. Ecco perché metterla in primo piano in un momento come questo è quanto di più sbagliato si possa fare. Infatti vi è ormai prova inconfutabile che il funzionamento pratico della res publica sia in mano ad una pletora di burocrati che da decenni occupano i gangli del potere, e che sono tanto cialtroni e arrivisti quanto efficaci e ben coperti. Coperti da chi? Dai loro complici diretti, in primo luogo, questo è chiaro, ma da anche da una mentalità di troppi cittadini, consapevoli e conniventi con un sistema clientelare dal quale cercano di trarre un vantaggio personale ad ogni livello, senza quindi iniettare, con la modifica dei propri comportamenti, quella medicina necessaria a guarire un marcio sistema. La “politica” dei “politici”, anche la più illuminata, anche quella meglio interpretata da onesti e volenterosi rappresentanti del popolo, si rivela fatalmente un’arma spuntata perché deve fare i conti con coloro che sanno come realmente funziona la macchina pubblica ed ai quali i politici devono per forza di cose affidarsi per essere guidati nella gestione del potere.

cms_5176/3.jpegEcco perché “incoronare” qualcuno, anche una eccellente sovrana, per sperare in un cambiamento di rotta, è il segno di una sconfitta, perché serve a coprire la sporcizia con un bel tappeto, visto che la “sovrana” non ha il potere di cambiare il sistema da dentro. Se tentasse di farlo, ne verrebbe travolta, e perderebbe subito la corona (non parlo mica della Raggi, si capisce). Puoi chiamarti come vuoi, diventare sindaco, governatore o caput mundi, puoi essere di destra, di sinistra, di centro, di sotto o di sopra, se vieni eletto sei solo un nome diverso al cospetto dei grandi e piccoli burocrati, veri comandanti della nave che decidono all’atto pratico se e come la nave viaggerà. Ma questi burocrati riescono a comandare solo perché possono contare sulla connivenza dei loro sudditi, e cioè di tutti noi, tranne qualcuno. Questo qualcuno c’è sicuramente, e deve riuscire a sensibilizzare gli altri per indirizzarli verso un più giusto rapporto con il potere. Questo è il vero cambiamento, non certo un nome al posto di un altro. Forse, pian pianino, arriverà un giorno in cui non avremo bisogno di “incoronare” nessuno, se non noi stessi.


Nicola D’Agostino

Tags: Bonino, burocrazia

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