La rete ci impone ritmi di vita che non possiamo permetterci

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Gli esperti ormai sembrano tra loro concordi: esiste una stretta similitudine tra dipendenza da sostanze stupefacenti e dipendenza dai cosiddetti device tecnologici. Qualche settimana fa mi sono soffermato facendo qualche considerazione su alcune ricerche riguardo le nuove forme di dipendenza dalle nuove tecnologie digitali. Sarebbe ora opportuno rinforzare i concetti espressi, aggiungendo che l’effetto sul cervello di continue forme di sollecitazione come per esempio notifiche provenienti dai social e dai sistemi di messaggistica istantanea, non fanno altro che agire pericolosamente sul nostro fragile meccanismo neurobiologico attraverso quello che è il “circuito di ricompensa”, ovvero quell’insieme di strutture neurali responsabili dell’importanza dell’incentivo e del piacere provenienti da stimoli gratificanti.

cms_9193/2.jpegIl problema in Italia per fortuna non è ancora giunto a livelli di codice rosso, ma in altri Paesi a tecnologia avanzata come la Corea del Sud, si parla da tempo di emergenza sanitaria. È giusto dunque cominciare a impostare un discorso serio sugli effetti incontrollati causati dalla pervasività della rete e dei cambiamenti dei nostri bioritmi modellati intorno a stili di vita troppo mutevoli e veloci perché si possa accettare e giustificare un concetto ormai desueto e sinonimo di inettitudine come per esempio il gusto dell’attesa e di una pausa. L’abitudine a una certa estremizzazione del modo di vivere è divenuta una cattiva abitudine transgenerazionale tanto da creare sentimenti di intolleranza e frustrazione diffusa verso, al contrario, tempi di attesa considerati troppo lunghi, sia che si tratti di risposta a un nostro messaggio elettronico, sia che si tratti di una consegna dopo un acquisto online. La dipendenza dalla rete e la nuova concezione del tempo, d’un tratto ristretto e forzoso, porta a un’inevitabile crescendo di comportamenti ossessivo-compulsivi in ampi strati della popolazione mondiale. Il mondo virtuale e le sue presunte agiatezze derivanti da un risparmio di tempo e da una contrazione degli spazi d’azione, ci sta ora presentando il conto, un prezzo definito “sociale” perché ci priva di quelle competenze c innate che via via ci stiamo disabituando a esercitare.

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Viene meno dunque la nostra essenza di animali con una naturale propensione alla socialità, alla relazionalità con l’altro, sostituita da una connessione costante in rete che ci regala contatti irreali e deprivatizzati delle emozioni, al netto da impegni sentimentali troppo gravosi e incontri de visu forieri di potenziali e imbarazzanti incomprensioni. L’approccio ai device appare quindi nella sua semplicità, una coazione a ripetere che ci procura un’immediata sensazione di gratificazione, un surrogato relazionale partorito dall’oggetto tecnologico in sé solo in apparenza foriero di sensazioni di completezza e di pieno controllo delle nostre vite e delle nostre relazioni. L’allontanamento progressivo e costante dalle sensazioni e dagli stimoli provenienti dalla realtà, alla lunga ci prosciugheranno fisicamente e mentalmente al punto tale da richiedere un ritorno a un bisogno relazionale e intimo che non sia invece un surrogato di un’esperienza del sé privato della parte più importante e sede delle nostre più vivide sensazioni: il nostro corpo.

Andrea Alessandrino

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