La prima volta con De André

La caduta dei punti di riferimento nella gioventù contemporanea

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L’anno scorso al Festival Internazionale della Poesia a Milano, che si svolge di solito a maggio, uno degli incontri più belli è stato quello dedicato al ricordo di uno dei più importanti e influenti cantautori italiani, Fabrizio De André, intitolato "La tua prima volta con De André". Tutti hanno potuto inviare una mail o lettera e raccontare la prima volta in cui hanno conosciuto il cantautore genovese. Una bellissima idea da parte degli autori, che hanno poi deciso di raccogliere memorie, impressioni e ricordi in un libro che porta il nome dell’iniziativa. Tutto è partito dalla geniale trovata del Direttore Artistico del Festival, Milton Fernández, il quale ha scelto di accogliere le testimonianze della gente.

E’ stato un tripudio di applausi, tra i ricordi e le sue canzoni più famose, in un Mudec (Museo delle Culture, dove da sempre ha luogo il Festival) strapieno. Io, che mi emoziono facilmente, quando ascolto le sue canzoni lo sento tanto vicino e attuale in tante situazioni che attraversano i nostri tempi, la società in cui viviamo. Qual è stata la mia prima volta con De André?

cms_8562/2v.jpgUna sera, ascoltando "Desamistade", un familiare mi dice: “E’ inutile apprezzare canzoni e cantanti ormai passati di moda, che tu ascolti solo per emulare colui che te le ha fatte ascoltare per prima". L’ho fissato, ho sorriso e gli ho detto che anche mia figlia farà lo stesso, e io ne sarò più che felice. Da quando l’ho sentito per la prima volta non ho più smesso di ascoltarlo, senza nemmeno sapere che lui fosse un mito e quanto fosse conosciuto. Per me, lui era quello che nelle sue poesie leggeva la vita di tante persone: emarginate, oppressi, sospesi, umili, senza identità, tutti quelli che noi mortali siamo pronti a giudicare e classificare come persone non degne per questa società piena di regole che noi stessi inventiamo. Canta di storie del passato, che hanno inciso così tanto il presente di diverse culture. “Desamistade”, un canto alla faida tra due famiglie sarde, potrebbe essere ambientata anche nel nord dell’Albania, dove molto spesso le faide tra famiglie durano per anni nel silenzio dello Stato e della Chiesa. Tutto ciò si evince chiaramente dalle parole di De André, che vorrebbero quasi mettere pace tra queste anime sospese, tra questa gente divisa e impaurita da se stessa.

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Mio fratello Albion era arrivato a casa, per la prima volta dopo quasi tre anni passati in una comunità per minori non accompagnati in Italia, con addosso una maglietta che riportava la figura di un uomo con la barba, un cappello che copriva la sua chioma riccia, una stella sulla fronte e lo sguardo abbagliante, dritto, come se guardasse lontano. Si chiamava il Che. Con una decina di cd di Fabrizio De André, mio fratello se ne stava per ore nella sua cameretta, ascoltando canzoni e leggendo un libro di Pasolini. Distrattamente, ascoltavo anche io le sue canzoni. Ricordo che i nostri cugini e amici si erano preoccupati per Albion: "È diventato matto, mette vestiti vecchi e ascolta musica da vecchi", dicevano. Io provavo un senso di dispiacere, sentivo la sua tristezza, la solitudine che viveva dentro di lui, lontano da noi. Ascoltare quelle canzoni, anche se non capivo bene l’italiano, mi avvicinava a lui in quel suo dire tutto senza paura, nel suo senso della giustizia delle persone inascoltate a cui De André dava voce. Ciascuno di noi, ancora oggi, può trovarsi rappresentato da almeno una sua canzone. È come scoprire te stesso: cominci a dire, a credere, a dare un nome a ciò che senti. Non conoscevo ancora la sua grandezza, il mito che era per migliaia di persone che nella sua voce trovavano la forza per gridare giustizia. Solo quando arrivai in Italia ho capito chi fosse De André, frequentando la falegnameria di Guido Busnelli, dove molto spesso si ascoltavano e cantavano i suoi versi. È stato lui a farlo conoscere a mio fratello, e di conseguenza a me. Nella bottega di Guido è difficile non avere voglia di conoscere, con tutte quelle foto che tappezzano il muro: Pasolini, Gramsci, il Ché, Fidel Castro, Lenin, la bandiera della Palestina e persino una foto che ritrae la mia bisnonna e mio nonno, che lui chiamava “compagno”.

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Guido ed Albion mi avvicinarono a questo mondo, che per tanti può sembrare passato di moda e di stampo prettamente comunista, nonché lontano e irrealizzabile. A me questa realtà ha riempito l’anima, oltre ad aver giocato un ruolo essenziale nello sviluppo del mio senso di giustizia. Non c’è più bella cosa della Libertà, o meglio, come la chiama De André, la “Signora Libertà”, la “Signorina Anarchia”. Non passa mai di moda lo spirito, non è mai manipolabile l’anima se sei fermo nelle tue idee e in ciò che davvero credi. Oggi i giovani si sentono smarriti, distratti, perché non hanno più referenze; ma sono sicura che cercare la vita sia il modo migliore per avvicinarsi a loro. Io oggi, anche se Guido non c’è più, porto in me i suoi pensieri e il suo esempio, le sue lotte di giustizia e il suo voler stare sempre in mezzo ai giovani facendo da guida per la loro formazione, senza mai condannarli e criticarli, cercando piuttosto di stare insieme a loro, per suscitare quel pensiero critico che oggi manca. Ho trovato De André in Guido e oggi lo cerco in ogni persona che porta avanti i suoi valori.

Pagina Facebook dell’iniziativa: https://www.facebook.com/primavoltacondeandre/

Marsela Koci

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