La plastica italiana inquina la Malesia violando le norme Ue

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HS 3915. È questo il codice che indica i rifiuti plastici cosiddetti misti, in altre parole contenitori, film, pellicole industriali e residui plastici di ogni sorta largamente utilizzati nella nostra vita quotidiana. Oggetti di difficile riciclo.

Fino a due anni fa questo tipo di plastica era spedita in Cina, capace di ricevere il 42 per cento dei rifiuti plastici italiani, ma poi il Paese asiatico ha detto no a questa importazione ritenendola molto inquinante e pericolosa per la salute. Occorreva dunque trovare nuovi partner.

Oggi i materiali che destiniamo al riciclo finiscono dall’altra parte del mondo, in Malesia, affidate ad aziende che si occupano del loro smaltimento senza avere però autorizzazioni di alcun tipo e senza preoccuparsi dell’ambiente e della salute umana.

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Questi sono alcuni dei risultati emersi da un’inchiesta di oltre un anno, condotta sia in Malesia sia sui documenti delle spedizioni dall’Italia, permettendo all’Unità Investigativa di Greenpeace Italia di svelare un importante traffico illecito di rifiuti con l’aggravante dell’associazione per delinquere transnazionale.

L’indagine di Greenpeace ha rilevato che molte delle navi immondizia sono state inviate in Malesia senza intermediari stranieri.

Questa circostanza ha portato a domandarsi se effettivamente questi rifiuti siano stati spediti a impianti in grado di riciclarli.

Al termine dell’indagine, compiendo diversi controlli incrociati con i documenti confidenziali, è risultato evidente come nei primi nove mesi del 2019 quasi la metà dei rifiuti diretti in Malesia sono stati spediti ad aziende prive dei requisiti obbligatori per legge.

Questo significa che tra gennaio e settembre 2019, il 46 per cento dei rifiuti plastici italiani diretti in Malesia (ovvero circa 1.300 tonnellate su 2.880) è uscito dalla filiera legale, alimentando il business illegale dei rifiuti.

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«Ciò che trasportano i container non corrisponde quasi mai a quanto dichiarato nella documentazione - conferma YB Ng Sze Han, membro del comitato esecutivo dello Stato malese di Selangor. La maggior parte delle volte si tratta di un miscuglio di rifiuti plastici. La parte che può essere riciclata è davvero bassa, forse il 20-30 per cento. Tutto il resto deve essere gettato da qualche parte, e questo provoca enormi problemi e inquinamento».

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«Se quanto documentato fosse confermato dall’autorità, le contestazioni a carattere penale sarebbero elevate - precisa Paola Ficco, giurista ambientale e avvocato - e nello specifico saremmo di fronte ad attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti e associazione per delinquere transnazionale».

Sul fronte malese, non è stato semplice per Greenpeace indagare e soprattutto ottenere dal governo di Kuala Lumpur l’elenco ufficiale delle sole sessantotto aziende malesi autorizzate a importare e trattare rifiuti plastici dall’estero, aziende in grado di rispettare i minimi standard di sicurezza per l’ambiente e la salute umana.

cms_16120/5v.jpgCi si domanda come tutto questo sia potuto accadere poiché le norme imposte dall’Europa sono molto rigide e peraltro molto simili a quelle malesi.

Esiste, infatti, un patto di alleanza molto semplice: l’Ue può esportare plastica solo per il riciclo, e la Malesia permette l’import “esclusivamente di plastica pulita e non contaminata”, come ha confermato Zuraida Kamaruddin, ministra malese dell’Edilizia abitativa e del Governo locale con delega ai rifiuti..

In altre parole, Kuala Lumpur frena l’ingresso alla “spazzatura importata con la scusa del riciclo”, come la definisce la ministra dell’ambiente Yeo Bee Yin.

Ma, al di la delle parole, sembra di fatto, non andare troppo per il sottile e non fa mistero dei suoi calcoli proprio la ministra Zuraida Kamaruddin: «L’intero settore della plastica in Malesia vale oltre 6 miliardi di euro. È un business pulito che potrebbe dare benefici economici al nostro Paese. Se non proveremo a trarne vantaggio economico noi, lo farà qualcun altro – esplicita pragmatica la ministra. D’altronde, perché dovremmo uccidere un settore economicamente rilevante solo perché il nostro sistema di controllo non è abbastanza forte?».

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Ufficialmente, secondo Eurostat, la Malesia è il primo importatore di rifiuti plastici italiani nel 2018 e, nei primi nove mesi del 2019, al secondo posto con 7mila tonnellate. Il valore dell’affare è stimato in quasi un milione e mezzo di euro.

Per una ricerca più approfondita gli attivisti di Greenpeace non hanno limitato la loro indagine alla spedizione e ricezione dei rifiuti ma hanno voluto documentare le condizioni delle aziende cui sono spediti i nostri rifiuti plastici.

«Le immagini delle telecamere nascoste mostrano imprenditori malesi disposti a importare e trattare rifiuti italiani, sia plastica contaminata sia rifiuti urbani, pur non comparendo nella lista delle aziende malesi autorizzate», spiega l’Unità Investigativa di Greenpeace Italia. «Visitando impianti di partner commerciali di aziende italiane in diverse aree della Malesia, abbiamo trovato condizioni di lavoro inaccettabili, operai che vivono all’interno delle fabbriche e vicino a cumuli di rifiuti ancora in combustione».

A fare le spese di questo traffico illegale non sono solo gli addetti al servizio ma tutti i cittadini malesi costretti a vivere in un ambiente molto inquinato.

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«Abbiamo trovato livelli elevati di contaminazione per numerose sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e per l’uomo», dichiara Giuseppe Ungherese, campagna inquinamento di Greenpeace.

cms_16120/8v.jpgI risultati sono preoccupanti. Nel suolo sono state rilevate elevate concentrazioni di metalli pesanti come cadmio e piombo.

«Questi Paesi emergenti - precisa Stefano Vignaroli, presidente della Commissione d’inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti - come la Malesia, non sono preparati a gestire questo flusso di rifiuti ma ne sono attratti dal guadagno che rappresenta”.

Nonostante il clamore, le spedizioni di rifiuti illegali provenienti dall’Occidente non sembrano fermarsi.

Un’importante normativa impedirebbe, di fatto, l’invio di materiale plastico non adatto al riciclo ma in realtà navi cariche di tonnellate di rifiuti pericolosi salpano da diversi porti d’Italia. Questo accade poiché mancano sostanzialmente - per l’esiguità di organico - i controlli necessari. Insomma meno del 2,5 per cento dei container è ispezionato.

Una mancanza che, a conti fatti, sembra agevolare il traffico illecito di rifiuti.

“La gestione dei rifiuti è il metro del nostro livello di civiltà e di responsabilità ma raccoglierli in modo differenziato non basta” fanno sapere gli attivisti di Greenpeace.

cms_16120/9v.jpgIl problema principale è che l’Occidente non ha frenato la produzione di questi rifiuti: per capire l’ampiezza del settore, basti pensare che l’Italia è al secondo posto in Europa per domanda di plastica. Bisognerebbe dunque, contrastare la fonte del problema: limitare al massimo l’utilizzo della plastica.

La società civile mostra una grande sensibilità alla questione ma gli interessi che gravitano attorno al settore della plastica rendono molti, di fatto, sordi al grido di dolore che si leva da ogni parte della Terra.

Gianmatteo Ercolino

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