La morte di Stephen Hawking, scienziato ed icona contemporanea

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Il suo celebre saggio “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” ha venduto oltre nove milioni di copie in tutto il mondo. Stiamo parlando di Stephen Hawking, che si è spento nella notte tra martedì 13 e mercoledì 14 Marzo all’età di 76 anni, lasciando un vuoto incolmabile negli ambienti scientifici e non solo.

Sì, perché Hawking ha rappresentato un’icona degli anni a cavallo tra il XX ed il XXI secolo sia per la sua pervicace lotta alla SLA - che gli fu diagnosticata poco più che ventenne, quando gli comunicarono che non avrebbe avuto più di due anni di vita - sia per il suo impegno nella ricerca scientifica, tanto da guadagnarsi meritatamente l’appellativo di “erede diretto di Einstein”.

Il grande scienziato era nato a Oxford l’8 gennaio 1942 (esattamente 300 anni dopo la morte di Galileo Galilei, come ha sempre tenuto a precisare). Ha sempre descritto se stesso come un bambino disordinato e svogliato, tanto che imparò a leggere solo all’età di 8 anni. Le cose presero una piega diversa quando gli fu diagnosticata la malattia. In quel momento "ogni cosa è cambiata: quando hai di fronte l’eventualitàdi una morte precoce, realizzi tutte le cose che vorresti fare e che la vita deve essere vissuta a pieno’’, diceva.

cms_8690/2v.jpgE così nel 1962, a soli venti anni, si laureò in Fisica all’Università di Oxford e iniziò a studiare astronomia a Cambridge, dove nel 1966 pubblicò la sua tesi sulle “Proprietà dell’universo in espansione”. Quando gli venne diagnosticata la Sla, sposò Jane Wild, dalla quale ebbe tre figli e da cui divorziò nel 1995 per convolare a nozze con Elaine Mason. A metà degli Anni Settanta diventò il membro più giovane della storia della Royal Society, la prestigiosa accademia delle scienze britannica. Dal 1979 al 2009 ha insegnò Matematica all’Università di Cambridge.

Nel 1985, in seguito alle complicazioni di una polmonite, fu sottoposto a tracheotomia, intervento che gli provocò la definitiva perdita della fonazione.

Tenacemente ancorato alla vita, Hawking non fermò neanche per un attimo la sua intensa attività di ricerca, coadiuvato da avanzati ausili tecnologici di micro ingegneria che ne garantivano i movimenti - compresa la manipolazione fine - e la comunicazione visiva e verbale.

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Nonostante la malattia debilitante, nel 2007 sperimentò l’assenza di peso in volo, a bordo di un aereo appositamente allestito. Tre anni fa è uscito il film biografico che racconta la sua vita, ‘La teoria del tutto’, con la regia di James Marsh. Per l’interpretazione dello scienziato, Eddie Redmayne vince l’Oscar come miglior attore protagonista.

La malattia e le sofferenze fisiche non avevano intaccato il suo senso dell’umorismo.

“La vita sarebbe tragica se non fosse divertente” era uno dei suoi aforismi più noti.

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Sue le celebri riflessioni filosofiche sul perché dell’esistenza dell’universo (“Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacchéallora conosceremmo la mente di Dio”), su Dio (“Non è necessario invocare l’intervento di Dio per accendere l’interruttore e far partire l’Universo”), sulla prospettiva (“Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi. Per quanto difficile possa essere la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare e in cui si può riuscire”) e poi ancora sulla celebrità, sulla perfezione e sugli extraterrestri.

Sul mistero della morte, Hawking, da scienziato ateo, lucidamente affermava: “Considero il cervello un computer che smetterà di funzionare quando i componenti si guasteranno. Non c’è il paradiso o l’aldilà per i computer guasti, questa è una favola per le persone che hanno paura del buio”.

Nel rispetto del suo pensiero, è d’obbligo raccontare Stephen Hawking per ricordare la sua libertà intellettuale, scaturita dalla schiavitù di una malattia totalmente invalidante, ma è altrettanto doveroso celebrarlo per quello che è stato nella sua esistenza terrena, immaginandolo in nessun altro posto.

Come lui avrebbe voluto.

L. D.A.

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