La lunga e travagliata vicenda di Stefano Cucchi

La Procura di Roma di ‘no’ alle attenuanti per i colpevoli

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Depistaggi, rinvii, accuse. Sono questi gli elementi, che hanno caratterizzato principalmente la vicenda Cucchi, giovane geometra romano brutalmente picchiato da alcuni carabinieri dopo averlo arrestato per possesso di droga. Dopo ben undici anni di battaglie processuali, finalmente si giunge a una svolta con le condanne, in primo grado dalla Corte d’Assise di Roma, ai carabinieri Raffaele D’alessandro, Alessio Di Bernardo e Roberto Mandolini. Ma la notizia dell’ultim’ora e che la Procura di Roma ha impugnato la sentenza per la parte del fascicolo riguardante le attenuanti. “Non posso non essere d’accordo”, ha dichiarato Ilaria Cucchi, sorella della vittima.Ad ogni modo, come ben sappiamo, questa storia ha fatto parlare molto l’opinione pubblica. In molti, durante le fasi di giudizio, si sono stretti attorno alla famiglia del giovane romano. Ripercorriamo le tappe fondamentali di questa vicenda, dove molti sono stati gli interpreti che hanno cercato in tutti i modi di depistare.

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Il grande merito (se così possiamo definirlo), va attribuito alla sorella Ilaria, che in maniera tempestiva ha subito diffuso le foto di Stefano, dove si notavano diversi ematomi sul volto e sul resto del corpo. Tutto ebbe inizio il 15 ottobre 2009, quando il ragazzo fu arrestato per 30 grammi di sostanze stupefacenti e successivamente massacrato di botte. Da qui ebbe inizio il primo provvedimento con le accuse rivolte a cinque medici del Pertini e l’assoluzione degli infermieri e delle guardie carcerarie; ma la sentenza del 31 ottobre 2014 rimescola le carte, assolvendo tutti gli imputati per “assenza di prove”.

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Per questo, dopo il processo bis, che ha portato ad un nulla di fatto, la vera svolta è iniziata nel 2018 con la testimonianza dell’imputato Francesco Tedesco, che racconta come testimone tutto quello che ha visto quella sera. Il drammatico racconto avvenuto davanti al pm, mette in luce la volenza adoperata durante il pestaggio compiuto dai suoi colleghi. Inoltre, precisa il perché del suo silenzio: “Non ho parlato finora perché i miei colleghi mi hanno minacciato”. Arriviamo al 14 novembre 2019, dove i giudici della Corte di Assise dopo ben 10 anni dalla morte di Stefano, condannano con l’accusa di omicidio preterintenzionale i carabinieri Alessio di Bernardo e Raffaele D’alessandro, mentre assolvono il militare Francesco Tedesco (unico imputato presente in aula), per non aver compiuto il fatto. Anche se può risultare ripetitiva, la tenacia e la forza della verità ci fanno ben sperare per il futuro. Nessuno restituirà la vita a Stefano, ma la giustizia può aiutarci a credere nelle istituzioni e ad essere uomini migliori, capaci di rinunciare a noi stessi per urlare la verità.

Giuseppe Capano

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