La gestione della morte e l’elaborazione del lutto in età social

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Una gran bella seccatura che ci accompagna dalla notte dei tempi. La morte, e l’idea che ognuno di noi si fa di un momento che ahinoi arriverà, assume per l’uomo i contorni dell’angoscia proprio perché siamo spinti a razionalizzare e avere coscienza di ogni evento che ci riguardi, morte compresa.

cms_15538/2.jpgArtisti e pittori sino al temutissimo anno 1000, contornavano la morte di asintomaticità drammatica, condizione che si è mantenuta quasi intatta per tutto il XV secolo, epoca in cui la grande mietitrice appariva protagonista di grandi feste collettive in cui tutti erano livellati egualitariamente di fronte al temuto e inevitabile trapasso. La dimensione quasi giocosa della morte ha avuto un deciso ridimensionamento in epoca post moderna, età in cui Controriforma e protestantesimo hanno portato in auge l’individualismo delle coscienze davanti a Dio, accelerando l’angoscia e lo sprofondo dell’uomo di fronte all’ineluttabilità della morte.

Contemporaneamente emerge un nuovo paganesimo in grado di scongiurare il pensiero della morte dalla mente dell’individuo offrendo lui nuovi ideali ispirati direttamente dallo spirito del capitalismo. Il lavoro e il profitto permettono allora di accumulare ricchezze e denaro da investire in attività tali da permettere di non aver tempo da investire in pensieri negativi, anzi, il modello sociale occidentale porta a considerare la morte fastidiosa e inopportuna in una società basata sulla promessa per l’individuo di raggiungere il benessere e la felicità qui e ora. La morte e il suo terribile carico emotivo deve piano piano essere sempre più confinata lontano dal circo della vita (l’editto di Saint-Cloud e l’istituzionalizzazione dei cimiteri) e dalla giostra del consumo (istituti di ricovero, ospedali, cliniche, case di ultima accoglienza), per abitare in zone limitate dove possa essere gestita da personale idoneo a gestire un evento non vissuto più collettivamente e dunque da “amministrare” dall’individuo partendo dall’allontanamento del de cuius dalla vista dei viventi.

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Vicina o lontana dai nostri sensi la morte comunque rimane, nonostante i tentativi di confinarla in un limbo in attesa della definitiva venuta. Non rimane altro che cercare di renderla più sopportabile, sia clinicamente affidandone la cura alla scienza e alle cure palliative, sia visivamente rendendo con un restyling rassicurante ed esteticamente piacevole i luoghi dove la morte abita o aleggia. Cimiteri, case di cura, istituti per la terza età divengono spazi architettonici sempre più accoglienti e piacevoli alla vista, strutture dall’aria bonaria che aiutano a sopportare il duro fardello dell’abitare la domus ultima.

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Questo percorso di sparizione della morte dalla scena quotidiana iperconsumistica, si riscontra anche all’interno del web, luogo-non-luogo dove si sperimenta una inedita dimensione della morte, ovvero quella digitale. Si calcola che sul social più famoso al mondo, Facebook, vi siano oltre 30 milioni di persone ormai decedute, una stima approssimativa e per difetto, destinata a crescere al ritmo di 8000 individui al giorno (secondo uno studio dell’Università di Oxford). Insomma, Facebook è diventato il più grande cimitero (digitale) al mondo, uno spazio destinato a dare una vera e propria immortalità alle persone anche dopo morte.

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Sulla scia dei Sepolcri foscoliani, anche per il web vi è stato qualcuno che ha pensato a destinare spazi (lontani però dall’elegia poetica) in cui ricordare ad memoriam chi non c’è più. Uno dei primi cimiteri virtuali fu creato 25 anni fa e si intitolava cemetery.org, seguito poi da Requiescat Cemetery, ardito binomio linguistico anglo-latino dove tutti possono manifestare pubblicamente il proprio dolore per il de cuius. Sulla scia dei primi pionieri dell’aldilà digitale, anche Facebook si è mosso in tale direzione assicurando ai suoi utenti non più online, uno spazio di commemorazione e di raccoglimento. L’elaborazione del lutto diventa così infinita e artificiale, i vivi sono i deus ex machina del mantenimento in vita dei morti, perché nel mondo digitale, così come nella vita di ogni giorno, la morte non può essere totalmente cancellata dalla società, oggi ancor di più grazie alle numerose fessure dello spazio del web.

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Il digitale ci offre così un’esternalizzazione algoritmica perpetua anche della morte, topodigitalizzandola in cimiteri virtuali sempre aperti al pubblico. E cosa c’è di più confacente a un concetto impermanente come la morte dell’essere ospitata nell’apogeo del tecno-umanesimo e dell’impermanenza stessa creato da Homo Deus? Le nostre vite nascono e muoiono in costruzioni misteriose e mondi archivizzati e catalogati, conservate in eterno anche dopo la nostra scomparsa corporea, perché in fin dei conti ciò che rimane è un’idea di ciò che eravamo provvisoriamente in vita e di ciò che saremo dopo morti, un necrologio di faccine tristi a ricordarci con un post la triste dipartita. In attesa della sconfitta della morte e della vita eterna, non ci rimane altro che accontentarci della dolce morte regalataci dai congiunti afflitti riuniti nel mausoleo della software culture.

Andrea Alessandrino

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