La fuga di cervelli e l’importanza del diritto di sognare

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“Sono sempre i sogni a fare la realtà”.

Questa potrebbe passare per la più tipica delle frasi fatte, confezionate in pacchi da imballaggio da acquistare con un 3x2 al discount apposta per sfoderarle nei momenti di sconforto. Ma a pensarci, forse, non è poi un concetto tanto banale e scontato. Il mondo non sarebbe quello che conosciamo se nella storia certe menti non avessero deciso di credere in sogni, progetti, ideali, valori, facendo di queste astrazioni una realtà, la nostra realtà. Pensiamo se nessun Martin Luther King avesse pronunciato quello straordinario discorso in occasione della Marcia su Washington nel ’63, se nessuna Rosa Parks si fosse rifiutata di cedere il posto su quell’autobus, se nessun Nelson Mandela si fosse opposto al regime segregazionista inglese dell’Apartheid in Sud Africa, se Coco Chanel non avesse rivoluzionato il concetto di femminilità con la sua moda à la garçon, se Beethoven avesse abbandonato la musica dopo aver riscontrato la propria sordità all’età di 30 anni, se Stephen Hawking avesse rinunciato ad alzare gli occhi al cielo e a volerne scoprire i segreti perché bloccato dalla malattia su una sedia a rotelle, o se John Lennon non avesse scritto la sua Imagine. Non sarebbe un mondo molto più triste e noioso? Al giorno d’oggi, però, sembra che tutto ciò che questi visionari hanno conquistato per noi sia acquisito e scontato, e, soprattutto, vige la presunzione che sia nostro di diritto, quando in realtà nessuno di noi ha lottato per averlo: è solo questione di fortuna storica. Ma non sono io la prima a pensare questo, di certo si tratta di una riflessione che molti prima di me hanno interiorizzato, tra cui il grande Johann Wolfgang von Goethe, che scriveva: «Ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo, se vuoi possederlo davvero», perchè ogni generazione deve essere consapevole che è chiamata a riscrivere la propria storia con linguaggi nuovi.

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Ma come si può riscrivere una storia senza sogni ? Da una parte c’è chi si adagia sulla sicurezza di quello che esiste grazie ad altri, e dall’altra chi di sogni ne ha, chi ha voglia di fare, di cambiare, ma non trova una terra fertile in cui farlo. Ecco, l’Italia oggi è questo, il paese fondato sulle basi di un sogno romantico, che prosegue verso la deriva per mancanza di sogni. Bloccati nel limbo dell’incertezza tra chi resta ed è costretto ad adattarsi e chi invece ha la possibilità di andare via, e porta via con sé le sue idee verso una terra più proficua. Sembra che la prossima ad estinguersi sia la via di mezzo che resta perché convinta di poter dare il proprio contributo per cambiare qui le cose e liberarsi di tutto il marcio che non va. Se questa percentuale davvero sparisse, quale futuro potremmo mai auspicare per il nostro Paese? Questo è un ragionamento che fila liscio, e attribuisce la giusta parte di responsabilità alle nuove generazioni che costituiscono la svolta decisiva - sia in senso positivo che in negativo - per un paese in stallo, che avrebbe tanto bisogno di essere svecchiato. Nella realtà dei fatti, però, il discorso non è così facile. Se il fenomeno della “fuga di cervelli” può considerarsi ormai un vero esodo, probabilmente un motivo ci sarà. Secondo le stime sarebbero 5 milioni gli italiani trasferiti in Europa e nel mondo, con un aumento del 3,3% in un solo anno. Nel 2016 sono partiti in 48.600 nella fascia di età tra i 18 e i 34 anni, con un aumento del 23,3% rispetto al 2015; in 124mila sono partiti l’anno scorso, con un aumento del +15,4%. Ormai l’8,2 degli italiani vive fuori dai confini nazionali. Il bel paese non si smentisce e si aggiudica il terzultimo posto in Europa per investimenti sull’istruzione, precisamente il 4% del Pil, sotto di quasi un punto percentuale rispetto alla media della Ue (4,9%) e ben lontano dai picchi raggiunti da paesi quali Danimarca (7%), Svezia (6,5%) e Belgio (6,4%). Pare anche dai dati che spesso il proprio titolo di studio non sia determinante per la ricerca di un impiego, considerando la quota di appena il 52,7% dei laureati occupati contro una media europea dell’80,6%: un dato che risulta demoralizzante per chi in funzione dei propri studi ha impiegato tempo, fatica e denaro. Anche la spesa italiana in research&development non è del tutto confortante, ancora inferiore alla media europea, circa l’1,29% contro un buon 2,03%; parlando in valori assoluti, si tratta di 21,6 miliardi di euro, contro i più di 92 miliardi messi sul piatto dalla Germania.

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Come biasimare, dunque, coloro i quali decidono di cambiare aria per cercare fortuna altrove? Non sono solo i dati a preoccupare, ma la piega negativa che sta prendendo il Paese, come reso evidente dal modo in cui la politica sta affrontando l’ultima tragedia del Ponte Morandi a Genova, diventata uno strumento di campagna elettorale tra i vari rappresentanti dei partiti che non fanno altro che cercare di svalutarsi a vicenda. Allora, probabilmente, se proprio non si è capaci di supportare le nostre giovani menti e tenersele strette come incentivo per lo sviluppo del Paese, la politica dovrebbe puntare magari sul rendere l’Italia appetibile agli occhi del giovane capitale umano proveniente dall’estero anziché cercare di marcare il territorio in maniera quasi animalesca, innescando un gioco di supremazia insieme agli altri Paesi dell’Unione, evitando di ritrovarsi tra qualche anno con un Paese troppo «vecchio» per riuscire ad autosostenersi.

Federica Scippa

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