La dura vita del moderatore social

Un documentario cerca di far luce su un lavoro misterioso

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È una specie di governo ombra, un misterioso esercito di professionisti e tecnici che va sotto il nome di moderatori. Sono individui che, per il loro particolare lavoro, non possono essere identificabili e tantomeno localizzabili. Il compito di questi operatori è di estrema importanza, fortemente incisivo nelle vite di miliardi di persone: valutano se le immagini caricate sui social siano lecite oppure no.

Gli arbiter del web operano nella massima discrezione in una rete internazionale che ha la funzione di proteggerli da qualunque tipo di tentativo di identificazione da parte di noi poveri mortali. Sono decine di migliaia, anche se il numero non si conosce esattamente, e ogni giorno esaminano numeri impressionanti pubblicati da oltre 3 miliardi di utenti del web: 500 ore di materiale ogni giorno caricate al minuto su YouTube, 2,5 milioni di post pubblicati su Facebook ogni minuto e 450.000 quelli su Twitter. Post e immagini ogni giorno devono passare, in tempi brevissimi, al vaglio di una specie di comitato di censura addetto a esaminare questa immensa mole di informazioni, scartando eventualmente ciò che all’interno delle rispettive policy comunitarie, non rispetti i dettami del singolo social. La vita del censore di contenuti postati sui social prevede un rigido inquadramento contrattuale con risvolti nella vita privata; essi infatti non possono divulgare a nessuno, parenti e amici, la natura del proprio lavoro.

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Vivono come in un limbo esistenziale, tra la vita e la morte, tra il parmenideo essere e non essere. Il velo di mistero su un’attività così intrusiva della nostra vita online, sembra ora stia per cadere grazie all’opera e all’uscita di un docu-crime diretto da due cineasti tedeschi Hans Block e Moritz Riesewieck, dal titolo The Cleaners, titolo quanto mai azzeccato trattandosi di veri e propri spazzini del web. Il plot si basa sulla dimostrazione di come i social network siano diventati il principale e più importante mezzo di informazione e contestualmente di disinformazione al mondo con una grande capacità di influenzare l’opinione dei cittadini e a cancellare e rimuovere ciò che non piace al potere. I moderatori sono i diretti responsabili di queste trame che avvengono a nostra (relativa) insaputa, dietro le quinte dei social network, determinando, con il loro insindacabile giudizio, la nostra opinione pubblica.

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Come automi, i moderatori trascorrono giornate intere ad approvare o a eliminare tutti i contenuti che ogni utente dei principali social pubblica online, a prescindere da dove pubblichi e quando pubblichi. Tornando al documentario (in uscita nei cinema e della durata di 95 minuti) i due registi sono partiti da quello che è ritenuto il centro operativo degli spazzini social, la capitale delle Filippine, Manila. I due documentaristi tedeschi sono riusciti a ottenere quattro preziose testimonianze di altrettante gole profonde che lavorano all’interno di società satellite affiliate ai grandi social network globali, un prezioso dietro le quinte che ha rivelato i criteri imposti dalle potenti piattaforme della Silicon Valley nel limitare la libertà di espressione e nel regolare l’informazione online. La cosa interessante emersa dal documentario è che questi moderatori non hanno le effettive competenze per riconoscere la vera natura del contenuto postato dagli utenti. La censura effettuata si trasforma in un’anarchica e preventiva scrematura dei contenuti basata solo sulla discrezione degli stessi moderatori, in grado così di incidere e limitare i nostri personali giudizi e le nostre pubbliche opinioni. Il flusso senza fine delle immagini e delle parole provenienti ogni ora da ogni angolo del web, porta i lavoratori indefessi delle piattaforme social a subire non solo pericolosi effetti collaterali legati alla loro particolare attività di scrematura dei contenuti (come casi di suicidio), ma anche a essere obnubilati dalla ripetitività della mission legata al loro compito, tale da consentire il proliferare dell’hate speech e nel mettere al bando immagini considerate sì cruente ma preziose per un’anti propaganda nei confronti di regimi terroristici. È un paradosso tecnologico e algoritmico con gravi conseguenze nel panorama internazionale e che ha il risultato di diffondere spesso cattiva informazione. The Cleaners ha però un pregio che va oltre il suo spirito prettamente documentaristico, ed è quello di squartare lo spesso velo creato dai demiurghi dei social creato ad hoc per imporre il pensiero unico eliminando campane dissonanti e offrendo solo ciò che ogni singolo utente ama e vuole sentire o ascoltare. È una lenta e inesorabile ascesa di una dittatura fondata prima con l’avvento del consumismo e successivamente affermatasi grazie alle profferte subdole della globalizzazione e della new economy. Oggi siamo nella terza e più pericolosa fase, il totalitarismo tecnologico che subdolamente, indisturbato e con il consenso mondiale, lavora sulle menti delle persone canalizzando i nostri desideri verso nuove e perniciose forme di schiavitù e neo omologazione planetaria.

Andrea Alessandrino

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