La classe operaia di Facebook

Il social genera grazie a noi miliardi di introiti pubblicitari

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Un’abitudine ormai consolidata, ma anche uno stile di vita non certo invidiabile. Il nostro rapporto con i social media dalla loro apparizione sino ai giorni nostri, ha cambiato e stravolto le nostre abitudini, a partire dal nostro modo di intendere il tempo e lo spazio. Abolita la strutturazione pianificata dell’uso del tempo che in passato ci consentiva di strutturare le nostre vite, venute meno le distanze tra noi e gli altri, resta solo l’effimero e la mancanza di una pur semplice ma stabile progettualità. La rivoluzione dei social ha riguardato non solo le macrocategorie di tempo e spazio, ma anche l’informazione, ridotta a superficialità per adattarla alle condizioni intrinseche della Rete.

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Facebook e i suoi discendenti in tutto questo hanno avuto un ruolo fondamentale, grazie anche all’immediato consenso riscosso sin dal loro apparire. Il social fondato da Zuckerberg ha ormai superato 1,4 miliardi di utenti, whatsapp è intorno ai 700 milioni, mentre Messenger si aggira sui 600 milioni. Gli utenti iscritti a Facebook da qualche tempo hanno poi a disposizione nuove possibilità di traffici che non siano solo quelli di chat e messaggi postati sulle bacheche. Facebook Business per esempio permette di ricevere tutte le notifiche relative ai propri acquisti direttamente sulle chat, chiedere rimborsi e fare shopping, un ulteriore fattore di confort che permette di fare più cose con meno sforzo e più rapidamente.

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Questa sfrenata popolazione virtuale, melting pot razziale, religioso e sociale, è costituita dal 65% di utenti che accede a Facebook ogni giorno, ovvero oltre un miliardo di persone che quotidianamente timbra il cartellino della propria presenza sul social californiano. Tutti questi dati e questi numeri impressionanti, destinati a crescere giorno dopo giorno, non possono far altro che portare a delle risultanze anche dal punto di vista del fatturato dell’azienda, lanciata solo 12 anni fa sul mercato.

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Nel 2015 le entrate di Facebook sono state di quasi 6 miliardi di dollari, dei quali la maggior parte proviene dall’advertising, ovvero dai messaggi promozionali. I numeri mettono in chiaro subito un dato importante e imprescindibile, ovvero che Facebook, al pari di altri colossi come per esempio Google, dipende da noi utenti, e non il contrario. Se provassimo solo per un attimo a smettere di utilizzare questi mostri sacri della Rete, immediatamente crollerebbe il castello di carte creato per fabbricare utili stratosferici a vantaggio di ricchi oligarchi del web. L’assioma può apparire semplicistico, ma spesso non ci accorgiamo che le nostre vite sono diventate un tutt’uno con questi strumenti del comunicare. In fin dei conti noi utenti mondiali dei social media possiamo a buon diritto essere considerati degli operai non pagati.

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Su Facebook c’è gente che passa letteralmente l’intera giornata postando foto e pensieri senza sapere che il social network, grazie ai suoi contenuti e a quelli degli altri iscritti, genera cifre da capogiro. La verità è che senza Facebook smetteremmo di esistere. Esisto nel momento in cui scrivo e pubblico un pensiero o un selfie, al di là di quanto profondo esso possa essere, e il mio livello di autostima aumenta in proporzione ai like e ai commenti ricevuti. Entusiasti di questo Paese delle meraviglie che ci è stato regalato, non chiediamo neanche un centesimo per tutto il lavoro che giornalmente produciamo a favore del despota illuminato Zuckerberg (che intanto intasca miliardi di dollari senza neanche ringraziarci).

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Ma non solo. Facebook evidentemente non contento dei dollari messi da parte grazie al sottoproletariato indefesso e silente, non versa nulla per le preziose informazioni che, sempre a gratis, gli passiamo, trasmettendole a sua volta ad altre aziende, in un giro perverso di interessi a molti zeri. I social continuano dunque a proliferare soprattutto approfittando di un dato un tempo sommerso e oggi venuto a galla: le nostre solitudini riflesse su uno schermo a cristalli liquidi.

Andrea Alessandrino

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