La Puglia ed il monachesimo femminile in età moderna

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Il monachesimo femminile si diffonde nelle aree comprese fra la Terra d’Otranto e la Capitanata. Nascono monasteri benedettini e cistercensi già a partire dal XII secolo fino al XVII secolo; San Giovanni Evangelista a Lecce rappresenta un tipico esempio di comunità claustrale femminile del Salento, così come il monastero di S. Chiara a Nardò. Il monastero leccese conserva ben 55 documenti che risalgono agli anni ’30 del XII sec. ed agli anni ’20 del XVI sec. Sono raccolti essenzialmente testi di contenuto giuridico, ossia quel materiale documentario privo del carattere personale, frutto di rielaborazione e dunque di espressione di scrittura spontanea non soggetta alla mediazione culturale degli ecclesiastici, procuratori, avvocati. Tuttavia, in esso si possono trovare notizie sulla gestione del monastero, ma anche sulle relazioni che si stabilirono fra le monache della istituzione claustrale femminile leccese.

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La Puglia nella Terra di Bari divenne geograficamente il luogo dell’insediamento dei monaci benedettini a Conversano, già a partire dal VI secolo. Nel XII sec. i benedettini si opposero al re di Sicilia Manfredi e lo abbandonarono, cosicché, nel 1266, papa Clemente IV affidò il monastero alle monache cistercensi che ebbero lo stesso trattamento dei vescovi, espressione di autorità dell’ordine monacale femminile. Si parlò di fatto di MONSTRUM APULIAE, letteralmente “stupore di Puglia”, per la grandezza che assunse il monastero, a partire da quegli anni, in quell’area geografica. La madre superiora della comunità monastica aveva gli stessi privilegi del clero maschile e ciò rappresentava un notevole segnale di apertura da parte dell’istituzione ecclesiastica. Nel 1665 vi furono tuttavia controversie giurisdizionali ed attriti con il vescovo di Castellana per cui, come richiesto dai decreti murattiani nell’ Ottocento, l’ordine religioso ebbe alcune ripercussioni negative al suo interno.

cms_13141/3v.jpgIl monastero femminile benedettino leccese divenne un centro influente dal punto di vista sociale e si trasformò in un punto di raccordo fra il monastero ed il potere politico, amministrativo dei ceti più ricchi e nobili, rappresentati da notai essenzialmente e da giudici provenienti dalle famiglie feudatarie di Terra d’ Otranto. Il cenobio leccese aveva dunque un carattere aristocratico per il fatto che “l’accesso al monastero divenne sempre più, in concomitanza con l’aumento delle doti, prerogativa esclusiva, del ceto nobiliare delle famiglie dominanti cittadine e di quelle appartenenti alla borghesia mercantile e delle professioni”.

L’educandato fra il ’300 ed il ’400 rappresentava un corridoio fra clausura e mondo esterno, fra gerarchia sociale della comunità religiosa e quella cittadina e laica. S. Chiara di Nardò in quegli anni si mostrò, fino a giungere in età moderna, come una realtà “viva e pulsante” in cui era possibile lo scambio fra la cultura monastica e la cultura laica (nota bibliografica dall’estratto di “Communio” n.198,novembre - dicembre 2004 pp.4451,Jaca Book, Milano, Per una fenomenologia del monachesimo femminile nel Medioevo di Vincenza Musardo Talò).

Nel monastero benedettino femminile “la Regola benedettina venne adattata anche letteralmente alle donne: bastò mutare in femminile i nomi ed aggettivi. Es. Frater in soror; monachus in monacha. Mentre nella vita pratica l’organizzazione interna della comunità imitava da vicino quella dei monasteri maschili”. Risulta pertanto assente nel monastero di Lecce la documentazione sull’organizzazione interna dei monasteri, sull’autonomia spirituale ed amministrativa. In S. Chiara di Nardò la differenza rispetto alla comunità benedettina di Lecce fu quella di rappresentare una comunità multiforme organicamente articolata ed in cui ogni sorella conservava la sua personalità ed il dono speciale che aveva ricevuto da Dio non solo in vantaggio di tutta la famiglia, ma anche in riferimento a tutte quelle funzioni specifiche e ben caratterizzate.

Ester Lucchese

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