La Pace di Bergoglio e il futuro incerto di Israele e Palestina

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Quale futuro per Israele e Palestina? Un interrogativo quasi un tormentone che in questi ultimi mesi, anni o meglio da circa un secolo continua a proporsi tra tensioni politiche e ostilità. Lo scontro arabo-israeliano ha interessato ultimamente anche Papa Francesco che con il suo viaggio in Terrasanta ha cercato di fare da mediatore di Pace fra i popoli che si contendono la regione della Palestina, ossia i territori a ovest del mar Morto e del fiume Giordano, che sono divisi tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese. A parte l’attenzione mediatica, di Pace ora, in Terrasanta il Papa ne ha ottenuta ben poca. Le parole di armonia del Santo Padre non hanno placato lo stato d’inquietudine dei popoli del Medio Oriente.

cms_944/simbolo_gesuita.jpgLa pace in Terrasanta è una precisa missione voluta da Papa Francesco Bergoglio che come si sa è un Gesuita. Egli nel suo stemma pontificio ha voluto conservare il simbolo dell’origine di provenienza ovvero il sole raggiante e fiammeggiante che rappresenta l’emblema de la Compagnia di Gesù (Societas Iesu). All’apice del sole ha voluto le lettere “IHS” che è il monogramma di Cristo. Bergoglio ha voluto conservare questa simbologia per precisare il suo chiaro messaggio gnostico-templare (di qui la scelta alla povertà). L’Ordine dei templari nacque nel 1096 proprio in Terrasanta nel periodo delle guerre islamiche e cristiane. L’ordine nacque proprio per difendere i pellegrini provenienti dall’Europa che spesso venivano spesso depredati in quelle terre di eterni conflitti religiosi-economici. Il primo nucleo fu fondato da Bernardo di Chiaravalle ufficialmente nel 1119 proprio per difendere pellegrini che si recavano a Gerusalemme, era un ordine prettamente monastico che svolgeva il doppio ruolo di preghiera e guerra. Infatti parteciparono alle tre Crociate e svolsero un ruolo importante in Terrasanta. E si è spesso accostata la figura di Papa Bergoglio proprio a questo ordine monastico.

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In Vaticano, nelle scorse settimane c’è stata la visita delle più alte cariche israelo-palestinesi, Shimon Peres, leader ebraico e il numero uno palestinese, Abu Mazen. In quel contesto, le parole di Bergoglio hanno fatto da cassa di risonanza sostenendo il processo di mediazione fra le due fazioni: “Accettare la pace - ha commentato Bergoglio - è un atto di coraggio molto più che fare la guerra”. In particolare l’abbraccio simbolico dei due leader aveva fatto ben sperare, ma alla luce dei fatti poi accaduti, il gesto è stato interpretato come semplice convenevole.

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La voce del Santo Padre si è fermata a qualche titolo di giornale o annuncio strillato dei Tg nazionali, ma non ha raggiunto quella parte di Medio Oriente interessata, né interessa i militanti fondamentalisti islamici iracheni dell’Asis che nel frattempo hanno preso possesso con le armi di una parte dell’Iraq, lo scopo è quello di distaccare il nord del paese e arrivare poi a Baghdad.

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Le buone intenzioni del Papa e della comunità cattolica non scoraggiano tantomeno le rappresaglie in Terrasanta tra milizie israeliane e arabe con una costante e oppressiva guerriglia urbana. A far precipitare le cose, gli ultimi avvenimenti di cronaca con l’uccisione di tre giovani ebrei. La rabbia di Israele è sopraggiunta attraverso le dure dichiarazioni di Uri Ariel, esponente della destra radicale israeliana: “E’ arrivata - ha commentato - l’ora di “colpire i terroristi senza pietà. Bisogna dare una risposta dura e incisiva".

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Il clima si fa sempre più rovente in Terrasanta nonostante le parole di Pace e serenità del Santo Padre la situazione ha preso ormai una piega a dir poco catastrofica. Il programma di riconciliazione delle parti voluto dalla Chiesa di Roma ha fatto un buco nell’acqua. Il progetto è stato archiviato e nessuna delle due parti coinvolte vuole cedere al compromesso.

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La via della Pace si allontana il capo Israeliano Peres sta per finire il suo mandato, mentre Abu Mazen "zoppica" dopo che il numero uno dell’Autorità Nazionale Palestinese è riuscito a far incontrare Al Fatah e Hamas. I due partiti ora governano in sintonia e questo non piace molto al premier israeliano Benjamin Natanyau che ha spesso sostenuto che il sodalizio fosse contro un programma coerente di pace. Per ora, si allontana notevolmente un’altra possibilità di dialogo e se si spera in un intervento degli ortodossi e dei cristiani presenti sul territorio, va rimarcato che queste due fazioni non si sono mai mostrate sopra le parti, ma hanno sempre sostenuto la causa palestinese.

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Un intervento della Chiesa Cristiana in questo senso non sarebbe scevro da condizionamenti e rischia di essere frainteso. Nonostante ciò, il processo di Pace come intervento sopra le parti è stato ed è un tentativo lodevole da parte del Santo Padre, sostenuto e accettato da tutti gli stati come intervento di mediazione sopra le parti. Resta, d’altro canto, la speranza di una reale possibilità al dialogo delle due fazioni, ma il progetto di mediazione si allontana dopo le ultime rappresaglie. A Roma il leader palestinese e israeliano erano stati accolti dal Pontefice con un monito bene preciso che ancora risuona nelle stanze vaticane: “Per fare la pace – ha detto Papa Francesco - occorre coraggio, molto di più che per fare la guerra, bisogna acconsentire all’incontro e non favorire lo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità e al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza". Tutto questo, come si è drammaticamente visto, non è stato ascoltato. Il chiaro impegno di Papa Francesco riuscirà a dirimere una lotta tra popoli che dura ormai da quasi un secolo? Papa Francesco, il Papa dei poveri, riuscirà a contrastare le lobby che traggono profitto da questa lotta?

Giuseppe Farruggia

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