LO SPAZIO NELLA SCULTURA

Vladimir Škoda - La realtà visibile e invisibile

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L’affascinante spettacolo della recente eclissi solare ci ha fatto riflettere su quanto poco conosciamo l’ambiente cosmico del quale facciamo parte come minuscola entità. Ci sono tuttavia artisti che cercano tramite le loro opere di rappresentare visivamente delle tangibilità spaziali alle quali l’umanità si sta avvicinando sempre di più. L’opera d’arte è spesso una particolare rappresentazione dell’idea dell’universo che l’artista, alla pari dello scienziato, esplora con i suoi mezzi specifici.

cms_2045/vladimir-skoda.jpgVladimir Škoda riesamina questo argomento lavorandoci ossessivamente fino ad arrivare a conclusioni sorprendentemente innovative. Il suo lavoro parte da una ricerca quasi scientifica che viene poi trasformata e metabolizzata dalla fantasia dell’artista, fantasia che gli permette un’interpretazione non corretta della scienza e, a volte, persino un superamento intuitivo dei limiti imposti dal rigore scientifico. La problematica estetica di Vladimir Škoda va al di là dello spirituale. La sua esplorazione è parallela, anche se non sempre consciamente, alle problematiche della moderna geometria e fisica.

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In questo modo le sue sculture riescono a trasmettere anche al profano le idee di un universo reso più vasto dall’intelletto umano. In un primo periodo, nelle sculture di Vladimir Škoda, percepiamo un incontro-scontro tra la forza umana e la resistenza della materia. Egli lavora il metallo incandescente, in un primo tempo, con martello ed incudine, successivamente aumenta concettualmente la quantità di forza applicata arrivando, a volte, ad utilizzare il martello meccanico. La forma della sfera e la sua superficie sono così condizionate dall’intervento di una forza guidata dall’uomo. In questa fase della sua opera sembra quasi che Škoda condensi e plasmi il cosmo interno degli atomi della materia, la cui densità possiamo intuire dall’affascinante brutalità del metallo trattato.

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L’artista esplora ogni possibilità di apparizione in superficie della struttura molecolare interna della materia, ce la fa intuire e parzialmente ne svela tutto il suo affascinante mistero. Su questi corpi-sculture l’intervento della forgia fissa le tracce della vitalità del materiale così come la vitalità di un mare antico è racchiusa nelle tracce delle pietre fossili. L’essere umano fatica a comprendere il concetto di infinito e la sfera facilita questo compito, in quanto finita, anche se la sua superficie è illimitata. Per questo motivo, questa gioca da sempre un ruolo importante nella descrizione dell’universo.

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Intorno alla prima metà degli anni ’80 Vladimir Škoda comincia ad utilizzare nella sua scultura il mercurio, metallo che assume già autonomamente una forma sferica e che possiamo sicuramente considerare il metallo più vivo ed inquietante che conosciamo. La sua instabilità e la sua evanescenza ci rimandano al ricordo di antichi esperimenti alchemici. Oltre ad aver racchiusa, come nel suo DNA, l’idea della sfera, forma che cerca incessantemente di assumere, la sua superficie riflette e rispecchia l’ambiente esterno che è come reinterpretato dall’essenza stessa di questo materiale. È così, a noi sembra come se disponessimo di nuovi occhi che possiamo utilizzare in un trapianto temporaneo. Lo scultore inserisce il mercurio nell’involucro dell’acciaio forgiato e con queste opere comincia ad entrare, nella sua poetica, la problematica del confronto tra una superficie grezza, ruvida e che assorbe la luce contrapposta a quella che invece lo spazio e la luce li riflette come uno specchio ed invece di assorbirli, li proietta nell’infinito.

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Cominciano così ad essere presenti nel suo lavoro sfere non più di acciaio forgiato, ma di acciaio inox in parte lucidate a specchio con le quali crea nell’ambiente delle vere e proprie costellazioni e percorsi dove i globi riflettono se stessi, lo spazio che li accoglie e il movimento degli spettatori che si trovano così immersi nel modello di un universo immaginario. Per la prima volta incontriamo nella sua opera una dinamizzazione della scultura, ottenuta, però, con metodi diversi da quelli utilizzati nell’arte cinetica.

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Il movimento nelle sculture e nelle installazioni di Vladimir Škoda si evolve fino ad arrivare ad utilizzare dei pendoli. Questi lavori sfruttano al massimo il moto prolungato nel tempo e l’effetto di una percezione ideale dell’infinito. L’idea ci viene evocata dalla riflessione reciproca della superficie lucida della sfera del pendolo e dello specchio concavo che lo accoglie. Lo spazio virtuale così creato è controllabile solo parzialmente perché cambia a seconda di come cambia l’ambiente che ospita la scultura. L’opera di Vladimir Škoda ci avvicina alla problematica del nostro rapporto con lo spazio, con il movimento, con la relatività del tempo in cui la realtà della nostra esistenza è legata alla realtà di tutte le altre esistenze, biologiche o meno. In questo modo, ci ricorda il processo di evoluzione emergente di Samuel Alexander mirante a conciliare l’indiscutibilità delle leggi fisiche con l’impredicibilità assoluta delle qualità emergenti.

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