LIBIA: RISCHIO ESCALATION

Le truppe di Haftar a 6 km da Tripoli

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"Siamo preoccupati per il deterioramento della situazione dei diritti umani in Libia, compreso l’impatto del conflitto in corso sui civili, gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e i giornalisti, per il trattamento di migranti e rifugiati, le condizioni di detenzione e l’impunità. Nel 2019, il nostro ufficio insieme alla missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) ha finora documentato almeno 284 morti civili e 363 feriti a seguito del conflitto armato in Libia. Gli attacchi aerei sono stati la principale causa di vittime civili. Tra gennaio e novembre, oltre 8.600 migranti sono stati intercettati in mare dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia, che ovviamente non può essere considerato in nessun modo come un porto sicuro per lo sbarco". È quanto si legge in un comunicato firmato dal portavoce dell’Ufficio dell’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti Umani (Ohchr), Rupert Colville. Un rapporto agghiacciante, che descrive perfettamente il dramma sociale, civile ed umanitario che sta colpendo il Paese situato al di là del nostro Mare. Si teme, ora, che la situazione possa peggiorare ulteriormente, portando ad una devastante escalation. Infatti, fonti del governo non riconosciuto di Khalifa Haftar, affermano che le truppe del Generale sono giunte a soli 6 km dal centro di Tripoli, in un’avanzata che continua ormai da diversi mesi. Haftar, nonostante l’Onu non riconosca la sua leadership, ha il fondamentale sostegno di Emirati Arabi ed Egitto.

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Il governo ufficiale presieduto da Al-Sarraj ha chiesto supporto a gran parte della comunità internazionale, in primis alla Russia ed alla Turchia. Soprattutto riguardo il sostegno e la fornitura di armi richieste a quest’ultima, si sono sollevate non poche polemiche, dalle quali Sarraj si è difeso con una logica molto semplice: “Siamo accusati di fare arrivare i militari turchi. Siamo sotto attacco, cosa vi aspettavate?”. Il governatore libico ha dichiarato di aver richiesto aiuto anche all’Italia, da cui, però, non è giunta risposta. L’Italia è tra i Paesi, molti dei quali europei, che ritengono che la soluzione al conflitto vada raggiunta tramite la diplomazia, e non con l’uso della forza. Certo, per Al-Sarraj non è facile essere d’accordo con questo punto di vista: “Si tenga a mente che qui siamo sotto attacco militare, con sofferenze indicibili per la popolazione vittima di bombardamenti, morti, feriti, con centinaia di migliaia di sfollati. Nessun esecutivo responsabile può restare passivo mentre la sua popolazione viene abusata. Chiunque ci critica si chieda prima cosa avrebbe fatto al nostro posto e scoprirà che non avevamo alternative”. Ieri, a Mosca, i governi di Russia e Turchia si sono incontrati per decidere il da farsi. Entrambi i paesi hanno tutto da guadagnare in una spartizione che definisca aree di influenza e sfruttamento delle risorse petrolifere. Per fine gennaio, poi, l’Onu ha previsto lo svolgimento di una conferenza a Berlino, dove dovrebbero essere decise le contromisure da prendere per trovare una soluzione al conflitto. Un mese, però, è un’enormità di tempo, durante il quale altre persone perderanno la casa, gli affetti, la vita. L’immobilismo internazionale attuale è ai limiti del vergognoso. Per quanto riguarda l’Italia, sembra sorprendente che non si sia ancora scelta una linea d’azione chiara, dato che dagli esiti del conflitto libico dipenderà gran parte della nostra politica migratoria. In ogni caso, Al-Sarraj ha specifico che, nonostante il mancato sostegno armato, i rapporti col nostro Paese rimangono “ottimi”.

Giulio Negri

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