LIBANO, STUDENTI IN PIAZZA CONTRO IL GOVERNO

Le proteste proseguono da metà ottobre

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Migliaia di studenti libanesi ieri hanno partecipato a Beirut a manifestazioni anti-governative nel quadro della mobilitazione popolare in corso da metà ottobre in diverse città del Paese. Le scuole hanno riaperto tra lunedì e martedì dopo due settimane di chiusura, ma numerosi studenti della capitale sono scesi in strada. Il giorno prima, centinaia di avvocati avevano organizzato un sit-in davanti al Palazzo di Giustizia per chiedere l’indipendenza della magistratura. Le proteste erano iniziate il 17 ottobre a causa delle nuove tasse annunciate dal governo di coalizione del primo ministro Saad Hariri, in quale non solo ha dovuto ritirare alcuni provvedimenti, tra cui quello di una tassa sulle chiamate Whatsapp, ma si è dovuto addirittura dimettere di fronte alle dimensioni gigantesche della rivolta. Evidentemente, però, questo non è bastato. Il Libano, infatti, versa in una situazione di crisi socio-economica che ha radici profondissime. Il debito pubblico supera il 150% del PIL, l’economia non cresce, i giovani emigrano ed è attualmente in corso una grave crisi del grano. Nonostante ciò, la classe sociale dominante è ricchissima: l’1% della popolazione possiede il 25% del PIL totale, a fronte di un milione di cittadini sotto la soglia di povertà su una base di 6 milioni di abitanti.

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I profitti delle banche commerciali sono addirittura superiori a quelli dei Paesi occidentali. Saad Hariri, che era stato confermato premier dopo un primo mandato iniziato nel 2016, guidava un governo tenuto insieme con lo scotch, anche perché in Libano il sistema politico si basa su un delicatissimo e fragile equilibro tra le varie fazioni religiose: sunniti, sciiti e cristiani. In un Parlamento anch’esso molto frammentato, non è stato possibile fare le riforme necessarie e fornire un indirizzo politico chiaro, come denunciato recentemente dallo stesso premier. Proprio per questi complicati motivi, vari Paesi occidentali stanno spingendo affinché il premier libanese rivaluti la propria posizione e rimanga alla guida del governo: si teme che, in un momento così complesso, la perdita di un ulteriore elemento di stabilità potrebbe causare un disastro sociale. La memoria della crisi del 2006, che mise in ginocchio l’intero Paese e costrinse il Consiglio di Sicurezza ONU ad inviare una forza di interposizione, è infatti ancora fresca e dolorosa. Le proteste, però, a quasi un mese dall’inizio, si sono rivelate sostanzialmente pacifiche, al netto di alcuni scontri con i sostenitori di Hezbollah. Che il Paese dei Cedri possa fungere da traino per un cambiamento epocale in Medio Oriente?

Giulio Negri

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