LE SPIGOLATURE ECONOMICHE DELLA SETTIMANA

Sei cose da tenere d’occhio

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Cresce la spesa pubblica, al di là dei tagli

cms_6210/1.jpgNonostante la definizione “spending review” sia entrata a forza nel vocabolario economico corrente, tanto è praticata per riallineare i conti, la spesa pubblica continua a crescere. Lo evidenzia uno studio sull’andamento delle finanze pubbliche, condotto dalla Cgia di Mestre che ha esaminato la legislatura 2013-2017. I tagli sono arrivati a quota 30,4 miliardi di euro, ma le uscite correnti al netto degli interessi sul debito non hanno invertito la tendenza, continuando a crescere e raggiungendo i 31,8 miliardi. Il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, imputa le responsabilità alla spesa pensionistica e alle prestazioni sociali. “Se in una fase di crisi economica l’incremento delle misure a sostegno del reddito di chi si trova in difficoltà è più che giustificabile, lo è molto meno quello per le pensioni. Con l’ultima Legge di bilancio, ad esempio, è stata estesa la 14esima mensilità per i pensionati a basso reddito, è stata innalzata la no tax area Irpef per gli under 74 e sono state aperte delle finestre in uscita attraverso l’Ape. Misure che, in larga parte, non prevedono una copertura finanziaria sufficiente”. Probabilmente toccherà alle Regioni e agli Enti locali operare tagli per circa 16,4 miliardi. “Lo Stato – osserva la Cgia - comincia a tagliare, ma il sacrificio più importante lo impone alle strutture periferiche, in particolar modo a quelle guidate dai Governatori. E com’era facilmente prevedibile, nonostante in questi ultimi 2 anni il governo abbia imposto l’obbligo di non aumentare le tasse locali - prosegue l’analisi della Cgia - gli amministratori si sono ’difesi’ tagliando i servizi o aumentando le tariffe che, per loro natura, non contribuiscono ad appesantire la pressione fiscale, anche se hanno un impatto molto negativo sui bilanci di famiglie e imprese”. Tra il 2013 e il 2016, infatti le “tariffe regolamentate a livello locale sono aumentate in misura spesso ingiustificata”. Che fare? Se sono molti i sostenitori di Keynes a non preoccuparsi troppo della spesa, richiedendo che sia, almeno in parte, investita, non si può ignorare che dal New Deal ad oggi le cose siano molto cambiate. Gli investimenti pubblici restano sicuramente una buona trovata, ma capire dove allocare le risorse diventa importantissimo.


Crescono i laureati occupati, ma ancora troppo poco. Per chi si ferma al diploma un’opportunità dai lavori manuali

cms_6210/2.jpgAumenta l’occupazione per i giovani italiani che terminano il percorso terziario degli studi. Nel 2016, stando a un’indagine dell’Eurostat, il 57,7% di under 35 ha trovato un lavoro entro i tre anni dal conseguimento del titolo, contro il 53,5% dell’anno precedente. Ma il paese resta al penultimo posto della classifica europea, avanti solo alla Grecia. Nell’Ue infatti lo scorso anno, si è impiegato l’80,7% dei neolaureati a 28 anni. In Germania la percentuale è del 92,6%. Anche per chi si è fermato al diploma nel nostro paese, la situazione è in miglioramento: nel 2016 è salita al 40,4% contro il 35,9% del 2015 e del 32,2% del 2014, ma anche in questo caso il divario con la media europea è ampio: 68,2%. Tutta colpa della crisi? Secondo Flavio Briatore no. Da Dubai dove sta aprendo nuovi ristoranti, ha rimproverato i giovani italiani perché “vogliono a tutti i costi fare l’università, assolutamente laurearsi, e vogliono assolutamente essere disoccupati. Questo è quello che vogliono essere, dei disoccupati con la laurea, invece di essere occupati facendo dei lavori manuali. Io non dico che i giovani non devono studiare, dico però che se uno inizia a fare l’idraulico a 18 anni, magari dopo 10 anni può avere 40 negozi. Può diventare ricco, partendo anche da zero. Cercare dei lavori dove pensano che ci sia una nicchia di sviluppo, il falegname, il cameriere, il cuoco, l’idraulico, tutto quello che è manuale rende molti soldi perché nessuno lo vuole fare”. Che abbia ragione lui? L’Italia vanta sicuramente la più celebre tradizione della bottega artigiana e la sua produzione manuale è riconosciuta in tutto il mondo. Si pensi alla liuteria, alla sartoria, alla vetreria, all’oreficeria o al settore delle riparazioni. Nel 2015 l’IRES – Istituto di Ricerche Economico-Sociali del Piemonte – ha pubblicato uno studio intitolato “Mutamenti nella composizione dell’artigianato”. “In un Paese come l’Italia – si legge - famoso per i suoi prodotti di alta qualità e per il suo ineguagliabile Made in Italy, dove la disoccupazione giovanile è altissima e scarseggiano carpentieri, fornai, sarti, l’artigianato diventa una grande opportunità. Il ‘saper fare’ rimane un ingrediente indispensabile per l’intero settore manifatturiero italiano e contaminandolo con i nuovi saperi tecnologici, l’Italia si ritrova tra le mani un formidabile strumento di crescita e innovazione“. Anche la Commissione Europea, lo stesso anno, ha confermato nel rapporto “Business Innovation Observatory – Collaborative Economy: collaborative production and the maker economy”, la crescita occupazionale del settore e delle professioni basate sul “saper fare con le mani”. Esso può creare nuove fonti di reddito sia per le piccole imprese che per i laboratori a gestione individuale. Il segreto di un artigianato di successo va però cercato nel digitale, tanto nell’e-commerce quanto nell’Internet delle cose, nella creazione cioè di oggetti intelligenti in grado di interagire con l’utente. Secondo le stime di Gartner, leader mondiale nella consulenza strategica, ricerca e analisi nell’Information Technology, “nel 2020 ci saranno 26 miliardi di oggetti connessi a livello globale”. ABI Reasearch stima che saranno più di 30 miliardi. Altri istituti parlano di 100 miliardi. Internet delle cose cambierà radicalmente il nostro modo di vivere.


Rating BBB- anche per S&P

cms_6210/3.jpgStandard & Poor’s conferma il rating espresso da Fitch circa due settimane fa. Anche se “A nostro parere la ripresa è in corso”, il giudizio riflette “l’incertezza legata alle elezioni politiche” che potrebbero “pesare sulle prestazioni economiche e le condizioni finanziarie dell’Italia”. Anche se alle urne gli italiani andranno probabilmente “all’inizio del prossimo anno, non sottovalutiamo la possibilità di elezioni anticipate nella seconda metà del 2017”. Per S&P l’attuale governo non potrà “realizzare con risolutezza politiche economiche strutturali” anche se comunque “farà ulteriori progressi”.

Web tax per eliminare la Tobin tax

cms_6210/4.jpgSe ne era parlato al Lingotto di Torino lo scorso marzo e lo ribadisce con forza Bepi Pezzulli, presidente di Select Milano: per aumentare le entrate fiscali e rendere più attraente la Borsa di Milano in vista della Brexit, occorre pensare alla web tax. “L’economia digitale genera 8 miliardi di fatturato - ha detto all’Adnkronos - il che significa che il gettito fiscale, una volta introdotta la web tax, si attesterebbe attorno ai 2 miliardi di euro. Una cifra, questa, che finanzia cinque volte il gettito della tobin tax, pari a 400 milioni”. Nel mercato che ricava profitti da Internet potrebbe celarsi la ricetta per riequilibrare fisco e borsa: “con il patteggiamento di Google – seguita Pezzulli - ormai è ampiamente dimostrato che le multinazionali producono reddito in Italia. Non si può più far finta di niente, si deve assicurare la competitività del mercato italiano e scongiurare la concorrenza sleale, per questo la web tax è una misura necessaria” che permetterebbe inoltre “con una frazione del suo gettito, di finanziare l’eliminazione della Tobin tax”, la tassa sulle transazioni finanziarie, introdotta dal governo Monti con l’obiettivo di arginare la speculazione finanziaria e aumentare gli introiti fiscali. “Ha fallito in quanto non ha generato il miliardo e 300 milioni attesi, ma solo 400 milioni – spiega ancora Pezzulli - Da quando questa norma è stata introdotta, il mercato borsistico italiano ha perso il 40% dei volumi. Ma non solo. Ha un effetto distorsivo sul prezzo degli strumenti finanziari perché un titolo deve incorporare la tobin tax”. Per aumentare l’appetibilità di Piazza Affari è dunque necessario bypassarla. Solo così “aumenterebbero i volumi e di conseguenza gli introiti da capital gain”. Obiettivo di Select Milano è quello di rendere il capoluogo lombardo una piazza finanziaria competitiva in Europa.

Economia enogastronomica

cms_6210/5.jpgDa oggi fino a giovedì 11 maggio la fiera “Tuttofood 2017”ospiterà a Milano Rho, 2850 espositori del settore enogastronomico provenienti da tutto il mondo. Tra gli altri ci sarà Apulian Good, il progetto di promozione che mette insieme alcune tra le produzioni più rappresentative per gusto, tipicità e qualità della tradizione pugliese. Il Consorzio per la tutela della Cipolla Bianca di Margherita Igp, Il Pastaio di Maffei, Pellegrino 1890, Delizia e Nero di Troia Tavoliere delle Puglie promuoveranno la Regione, assieme ad altre specialità certificate e tutelate a marchio “Bio”, “Igp”, “Doc” e “Prodotti di qualità di Puglia” per garantire ai consumatori un gusto eccellente nel rispetto di disciplinari rigorosi. Cipolle, pasta biologica, olio extra vergine di oliva, prodotti lattiero caseari e vino faranno da traino all’economia di una regione che nel settore può capeggiare uno sviluppo agricolo, industriale e turistico all’insegna dell’eccellenza e della sostenibilità.

Tante le novità nello spazio espositivo della fiera: dalla wine discovery, un’area riservata al vino, a tutto health, lo spazio dedicato ai prodotti salutistici, bio, vegetariani e vegani. Nuovo anche week&food, il fuori salone del palato, con una settimana di eventi. Seeds&Chips, appuntamento dedicato all’innovazione alimentare con l’appuntamento più atteso: quello dell’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che terrà un discorso sull’impatto dell’innovazione tecnologica sulla filiera alimentare. Ma Tuttofood ospiterà anche Spazio Nutrizione, il principale evento italiano riservato alla discussione scientifica in materia di alimentazione. Non mancheranno inoltre alcuni chef tra i quali Antonino Cannavacciuolo, Carlo Cracco e il pizzaiolo Gino Sorbillo.

Ritratti dell’economia. Chi era Walras

cms_6210/6.jpgSeguita il nostro viaggio nel pensiero storico economico, scoprendo oggi chi era l’esponente del Marginalismo, Marie Esprit Léon Walras. Nato ad Evreux, in Francia, il 16 dicembre 1834, fu considerato da Joseph Schumpeter “il più grande di tutti gli economisti”. Iscrittosi all’Ecole des mines, abbandonò presto l’Ingegneria per dedicarsi alla letteratura e al giornalismo. Collaborò con La Presse e col Journal des Economistes. Ottenuta dopo diversi tentativi la cattedra di Economia Politica all’università di Losanna, fondò, nella stessa città, la Scuola economica. Lavorò a tre diversi filoni di studio: uno economico puro, legato alle scienze naturali, “leggi dello scambio”, uno di economia applicata, “la produzione della ricchezza”, uno di economia sociale, “i problemi della distribuzione che coinvolgono aspetti etici”. Lo scritto che più di ogni altro si contrappone alla scuola classica è “Elements d’économie politiche pure, ou théorie de la richesse sociale” del 1874. Walras teorizzò il valore, asserendo che il principio per la determinazione del prezzo è fondato sul concetto di utilità marginale, espressa in termini di unità fisica. Walras, applicando all’economia pura il calcolo infinitesimale di Antoine Augustin Cournot, arrivò a dimostrare come in condizione di concorrenza perfetta, si possa determinare un sistema di prezzi d’equilibrio comportanti tanto l’eguaglianza tra domanda e offerta nel mercato quanto quella tra costo di produzione e prezzo di vendita.

Silvia Girotti

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