LE INTUIZIONI DELLA MENTE

Percezione del rischio e vulnerabilità in adolescenza

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La percezione del rischio e la vulnerabilità sono unanimemente riconosciute come una variabile centrale nella spiegazione dei comportamenti di salute o/a rischio. Negli ultimi anni l’interesse scientifico per lo studio del rischio è aumentato a dismisura, accompagnato da una crescente insoddisfazione circa l’esatta natura e le componenti di questo costrutto e la sua utilità nella previsione del comportamento rilevante per la salute. Quando ci si addentra nell’esame del rischio, ci si accorge di quanto il concetto sia sfuggente e della difficoltà a ricondurlo a significati univoci. La prospettiva sul rischio adottata in psicologia della salute ha concentrato l’attenzione sul rischio soggettivo, approfondendo l’analisi delle variabili che influenzano la percezione e la valutazione del rischio, la relazione fra percezione e la valutazione del rischio e la relazione fra percezione del rischio e comportamenti di salute.

In quest’ambito è emersa una distinzione a livello teorico fra “percezione del rischio”, riferita ai processi cognitivi, “assunzione del rischio”, riferita ai comportamenti nocivi della salute, e “propensione al rischio”, in grado di orientare sia la percezione che il comportamento nei riguardi del rischio (Zani, 1999).

Le teorie psicosociali ispirate ai modelli della social cognition, una prospettiva che si fonda su un’impostazione razionalistica, postulano l’idea dell’individuo come soggetto che cerca di massimizzare i benefici e di minimizzare i costi del proprio comportamento (Zani, 1995). Nelle teorie ad orientamento cognitivista la percezione del rischio viene esaminata come fattore motivazionale che influenza l’adozione di comportamenti salutari (o cessazione di quelli nocivi) e viene definito come:

• prodotto tra la probabilità del sopraggiungere di avvenimenti negativi e del valore attribuito alle loro conseguenze;

• componente della vulnerabilità.

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Secondo il modello delle credenze sulla salute, o Healt belief model (Rosenstock, 1974) la percezione di suscettibilità è la percezione soggettiva del rischio o della vulnerabilità nei confronti di una minaccia per la salute, così come la percezione di vulnerabilità, secondo la teoria della motivazione a proteggersi (Rogers, 1983), fa riferimento alla credenza di essere personalmente vulnerabile nei confronti di determinate minacce alla salute. Le ricerche empiriche che hanno applicato tali modelli non sono riuscite a dimostrare con certezza la relazione fra percezione del rischio/vulnerabilità e comportamenti a rischio (Weinstein, Rothman e Nicolich, 1998). Altre ricerche non hanno trovato alcuna relazione fra la misura in cui le persone si sentono a rischio e la loro tendenza ad adottare comportamenti protettivi, in particolare nei casi in cui i comportamenti preventivi sono complessi e i risultati negativi potenzialmente gravi, come ad esempio la possibilità di contrarre l’AIDS attraverso rapporti sessuali (Gerrard et al., 1993).

Markova e Power (1996) fanno notare che il concetto di vulnerabilità è troppo semplicistico, quindi una proposta efficace è quella di distinguere tra la valutazione del rischio effettuata a livello cognitivo da quella effettuata a livello emozionale (“mi sento spaventato per l’esistenza di un pericolo senza correre il rischio reale di esserne soggetto”). Secondo gli autori, la percezione del rischio deve essere trattata come una variabile unidimensionale, che non cambia nelle diverse fasi del processo nel quale si affronta una minaccia.

Alcuni studi (Rumiati, Legrenzi, Bonini, 1995) hanno concentrato l’attenzione sulla natura del processo cognitivo di formulazione dei giudizi, altri (Van der Pligt, 1994) hanno valutato la probabilità di accadimento di vari tipi di rischi (legati a stili di vita, eventi personali, ambientali e tecnologici) portando alle seguenti conclusioni:

• la percezione del rischio varia enormemente tra gli individui;

• i giudizi quantitativi sono soggetti a vari bias (le persone sono molto accurate nel valutare la relativa probabilità di vari tipi di rischi);

• appaiono problemi nelle stime quantitative.

Le percezioni del rischio autoriferite mostrano un quadro ancora più complesso. Infatti, anche se l’individuo riconosce l’associazione tra certi comportamenti e certi rischi, è riluttante a considerarsi personalmente vulnerabile. Questa valutazione differente del rischio personale rispetto a quello altrui è detta “valutazione comparativa”, alla cui base c’è il riconoscimento di un’importante fonte di informazioni sulla propria vulnerabilità personale, costituita dagli “altri”, e il fatto che molte valutazioni del rischio sono influenzate da una sottovalutazione del rischio per sé e per gli altri, con finalità self-serving per rafforzare la propria autostima.

Secondo Van der Pligt (1994) l’aspetto centrale per l’adozione di comportamenti di salute è la valutazione della gravità delle conseguenze. La percezione del rischio si fonda su immagini e convinzioni più che esperienze personali, perché la maggior parte dei rischi non sono evidenti ai sensi, le loro conseguenze si manifesteranno in futuro. Nella vita quotidiana è inevitabile assumere dei rischi; il problema centrale è allora la tolleranza del rischio che si è disposti ad assumere. La percezione e l’accettazione del rischio sono processi dinamici che mutano a seconda delle situazioni, influenzati anche dallo stato emotivo.

Esiste poi una teoria culturale in cui i rischi sono valutati collettivamente e vengono collocati in sistemi di valori sociali e culturali. A tal proposito, Mary Douglas (1992) afferma che il rischio non è un dato assoluto, bensì una rappresentazione sociale che varia tra culture e gruppi diversi.

In questa prospettiva diventa evidente come la percezione del rischio, così come i comportamenti a rischio, costituiscono fenomeni sociopsicologici più generali che obbediscono a finalità anche molto diverse dalla tutela consapevole della propria salute, rendendo difficoltoso comprenderli adeguatamente senza includere nell’analisi, oltre al significato che il rischio assume nella società o cultura, anche la complessità degli scopi (salvaguardia propria identità, riduzione dell’ansia, ricerca di affiliazione…) che governano l’azione umana.

È stato ormai ampiamente documentato (vedi cap.1) come l’adolescenza rappresenti la fase del ciclo di vita in cui il desiderio di “rischiare” si manifesta con maggior forza. Quindi l’assunzione dei rischi, anche se viene considerata un comportamento naturale e quasi inevitabile per mettere alla prova le proprie capacità e competenze e sviluppare una certa autonomia, è legata alla sperimentazione che può rendere l’adolescente particolarmente vulnerabile a situazioni di alto rischio per la propria integrità psicofisica (Irwin e Millstein, 1992). L’assunto per cui gli adolescenti ricercano nuove ed eccitanti esperienze ha guidato e stimolato molte ricerche, da cui è emerso che molti giovani sono consapevoli dei pericoli che corrono nell’adottare specifici comportamenti pericolosi, ma solitamente tendono a sottostimare la probabilità delle conseguenze negative, in quanto non ritengono che tali eventi possano capitare a loro (Siegel et al., 1993).

Un caso emblematico è costituito dalla tendenza a correre rischi sul piano dei comportamenti sessuali (dove per rischio si fa riferimento alla probabilità di gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale). Secondo una ricerca di Malagoli Togliatti e Pierro, (1999), gli adolescenti difficilmente si sentono vulnerabili al rischio HIV, poiché l’avvenuta infezione non presenta manifestazioni immediate. Dal momento in cui una persona ha avuto un contatto a rischio, infatti, possono trascorrere molti anni prima che compaiono i sintomi dell’infezione. Il comportamento a rischio non è percepito come una minaccia a breve termine soprattutto tra gli adolescenti che tendono a vivere con maggior aderenza la realtà del presente, senza proiettarsi nel futuro.

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Un’altra ricerca (Siegel et al.,1994) ha dimostrato che i benefici percepiti dagli adolescenti come conseguenza di azioni pericolose sono altamente e positivamente correlati con il loro coinvolgimento in dette azioni. Ad alti livelli di coinvolgimento, corrisponde una bassa percezione e una scarsa consapevolezza dei rischi connessi alle proprie azioni. Nelle decisioni di agire, ha un’influenza maggiore l’aspettativa dei benefici piuttosto che la considerazione dei pericoli: in altre parole, la spinta verso i comportamenti rischiosi è guidata dall’aspettativa che il giovane ha di ottenere benefici, mentre la valutazione dei rischi ha uno scarso effetto ostacolante. Quindi, la sensazione di invulnerabilità, unita alla sottovalutazione delle conseguenze negative a lungo termine e alla ricerca continua di sensazioni forti, sarebbe determinante nel far assumere dei rischi per la propria salute (Nizzoli, 2004)

Zani e Cicognani hanno condotto una serie di ricerche (la prima nel 1994, la seconda nel 1998 e la terza nel 1999) sulla percezione del rischio personale nei confronti dell’AIDS, sulle variabili che influenzano la percezione del rischio e sulle strategie comportamentali che i soggetti adottano in situazioni problematiche. È emersa chiaramente la tendenza a sopravvalutare il rischio per gli altri e a sottovalutare il rischio per sé; le variabili associate alla percezione del rischio sono il sesso, l’atteggiamento fatalista nei confronti delle precauzioni e, nel caso del rischio per sé e per gli altri, il livello di esperienza sessuale. Per quanto riguarda le strategie di coping, c’è chi possiede un locus of control esterno e tende a colpevolizzare le persone con AIDS, e chi adotta un coping di evitamento, ossia un controllo più esterno, cercando di non pensare al possibile rischio e assumendo un atteggiamento più fatalista circa l’efficacia delle precauzioni.

Tra i costrutti individuali particolarmente rilevanti per la percezione del rischio annoveriamo: tra le modifiche cognitive, l’ottimismo irrealistico; tra i fattori endogeni, la Ricerca Impulsiva di Sensazioni, ovvero il Sensation Seeking.

Invece, per quanto riguarda i costrutti sociali, che maggiormente costituiscono un’importante fonte di influenza sui comportamenti di salute e sulla percezione del rischio, consideriamo l’influenza sociale.

Leonardo Bianchi

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