LA SPOSA DI BUDDHA

CAPITOLO IX - IL SORRISO DELLE LUMACHE

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Mio fratello italiano si chiama Antonio, come il santo di Padova che protegge i bambini. Ma lui un santo non lo è mai stato, e tantomeno gli sono mai piaciuti i bambini. “I bambini sono chiassosi, sporcano, consumano, e richiedono ingenti spese. Quando nascono piangono e quando crescono ci fanno piangere. Non studiano e non lavorano, non amano le regole: decisamente non voglio bambini nella mia vita”, queste le sue argomentazioni, mentre dal lettino d’ospedale lo ascolto cercando di concentrarmi solo sul mantra (per distrarmi dal dolore delle piaghe che divorano la mia carne), lo stesso che recito da tutta una vita. Tuttavia, ascoltando le voci, ritorno ai nostri giochi di adolescenti, alle nostre recitazioni di monologhi inventati in cui Antonio era attore e regista, ed io e Benedetta il suo pubblico o le sue attrici, a turno. Il poliedrico e bell’Antonio, mio fratello italiano, che ha accompagnato il mio divenire con una grossa dose di umorismo pirandelliano. Lui è così: un clown con un cuore tristemente vuoto, che si impegna a riempire come fosse un cestino di carte scritte e accartocciate, che ogni tanto ripristina e si diverte a rileggere per guadagnare un applauso. Se mio fratello avesse fatto questa confessione circa i bambini alla sua compagna di liceo Denise, di certo lei non lo avrebbe sposato.

"Mio marito si è guardato bene dal farmi vedere come è fatto dentro, anche se generalmente è un uomo sincero. Con tutti ma non con me. La sua nuova donna è bellissima” mi raccontava la mia amica e ormai moglie di mio fratello, una sera in cui si era sfogata con me cercando conforto. Ero in stato vigile, anche se l’ascoltavo senza rispondere nulla, mentre pensavo che Antonio era un artista, e ad un artista non puoi chiedere d’essere fedele. Denise lo avrebbe lasciato prima o poi, vittima della gelosia. Le persone che si amano si prendono così come sono, e non si possono neanche cambiare. Antonio continuava a parlare a voce alta, mentre io lo osservavo dal mio letto bianco, immobile. Raccontava di una signora con una parrucca che aveva starnutito, ed era venuto giù il suo trucco. Era un uomo con cui era stato per errore diceva lui, ma in realtà ad Antonio piaceva fare incontri particolari, e gli piaceva enfatizzarli aggiungendo apostrofi inventati come fossero coriandoli, per rendere più frivolo il suo carnevale. In realtà tutti sapevamo che si trattava delle sue storie e lo applaudivamo anche, senza smettere mai di ammirare la sua arte e magnifica vena artistica, di bravo pigmalione qual era.

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Mi addormento, credo. Sprofondo in un abisso come un tuffo nell’acqua fredda, per presto riemergere nella luce di una mattina chiassosa con la mia famiglia italiana, laddove la vita sembra un teatro, in cui ognuno è attore ed è protagonista principale meritevole d’applauso, perché ciascuno vive il momento della recita, come se la recita fosse la vita.

Odore di caffè, le pentole sui fornelli di una cucina bianca e nera, fotografia di un passato non troppo lontano, dove tutti siamo giovani e ribelli, come ogni generazione che si scontra con menti differenti, perché conformate a schemi e regole apprese da altre menti, ma non ragionate e cucite sulla propria esperienza.

“Sei innamorato, Antonio?” Chiede curiosa mia madre, agitando una lettera proveniente da Lione, di ritorno dalla spesa.

“No, madre. La mia è solo una passione.”

“E chi sarebbe lei?”

“E’ Simon” risponde Benedetta, anticipando la bugia che Antonio avrebbe raccontato, mentre afferra la lettera e le buste della spesa dalle mani di nostra madre, porgendo l’oggetto del disappunto al legittimo destinatario, con fare divertito. Antonio infila nella tasca dei pantaloni la preziosa missiva ed esce dalla stanza, salutando con un inchino i presenti.

Dal francese la parola passione indica il muovere, l’agitazione, la sommossa. Questi significati si rintracciano nella letteratura del Settecento, fino ad arrivare ai nostri giorni, il cui significato è nel senso di sofferenza fisica o spirituale con riferimento alla croce di Cristo, dei primi martiri della fede cristiana o alle passioni relative al desiderio e all’ira, paura, ardimento, invidia, gelosia, piacere, dolore. Penso a tutte queste cose, per non soffermarmi al pensiero che l’amore diverso di Antonio possa infastidire mia madre. Marsela non sembra preoccupata che Antonio abbia una storia con un uomo, e mentre si lava le mani e versa del caffè nella tazzina di vetro trasparente, si preoccupa di darmi un bacio sulla fronte per salutarmi, continuando a muoversi per la stanza. Parla di cose importanti, come se le parole apprese da Benedetta fossero rivolte ad altri, estranei alla famiglia. “La passione che più ci è gradita è la passione della vita affettiva relativa alle pene d’amore: correlato ad un ambito sentimentale è in contrasto con le esigenze dell’essere obiettivi, e connotato da uno stato di emozione negativa esprime il significato di una forza che manifesta una cieca forma di possesso distruttiva, in cui il soggetto perde se stesso, esperendo quegli elementi di trasgressione e di fascinazione che ci fanno pensare a qualcosa di deleterio”.

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“Così si può vivere una passione rendendo ai nostri occhi l’amore mitico, fattibile, plausibile” aggiunge Benedetta divertita, concludendo la breve tesi sulla passione, per non soffermare l’attenzione sull’amore di Antonio e Simon, il ragazzo di Lione. Marsela esce dalla stanza in fretta, chiudendo la porta alle spalle senza guardarci, continuando a parlare d’altro, e Benedetta si avvicina per sistemarmi meglio sulla sedia di ferro. La tiro da un braccio affinché si fermi ancora un po’ a tenermi compagnia. Lei, comprendendo la mia intenzione, si siede accanto a me: “Nabhila dimmi: cos’è l’amore per te?”.

“L’amore è il cuore. – rispondo - Ma è anche passione, che è emozione”.

“Nel senso che muove delle sensazioni e produce malessere?” s’informa Benedetta.

Le rispondo che l’amore di solito produce endorfina che favorisce benessere, oppure, se manca l’oggetto amato e non si è corrisposti, l’amore è malessere. La gelosia, per esempio, è una conseguenza dell’amore e dell’attaccamento che procura sofferenza. Ecco perché ci si concentra nel cuore in meditazione, dove è la sede del benessere e dell’amore, e poi si scende nell’ombelico fino a collegarsi al microcosmo.

Susy Tolomeo

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