LA SINDROME DI STOCCOLMA

FRA IL FANTASTICO E IL REALE

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Gli autori delle favole di ogni tempo, ci consegnano un contesto incentrato sulla metafora, che sebbene sia colorato da tinte delicate, è spesso popolato da principesse sfruttate, giovinetti e ragazzine vittime di bullismo, bambini maltrattati da orchi e streghe, animali fucilati e spesso anche cotti e mangiati.

Nel magico mondo della fiaba, sono gettonati i principi preferibilmente azzurri, facili ad innamorarsi al primo incontro, propensi ad essere rapiti da una lunga treccia bionda, o affascinati da una scarpetta di cristallo; altri giovani blasonati sono dotati invece di doti paranormali, a cui basta un bacio per risvegliare belle fanciulle; sebbene dobbiamo ammettere che non manchino quei soggetti più fragili, altrimenti chiamati vittime, a cui può capitare d’innamorarsi del loro carnefice.

Nella cronaca possiamo intercettare esempi di questo tipo, menzionando a proposito l’indimenticato rapimento di Patricia Hearst per esempio, avvenuto alcuni decenni addietro, per mano di un’organizzazione di stampo terroristico palestinese. La giovane ereditiera californiana, innamorata del suo carceriere e della causa, si unisce ai suoi sequestratori.

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E’ risaputo che laddove ci sia una vittima, c’è anche un manipolatore. In rapporti di questo tipo vi è la paura dell’abbandono, il desiderio dell’approvazione dell’altro, e l’idealizzazione del partner. Queste caratteristiche portano ad instaurare una sorta di “milonga” della manipolazione, in cui le vittime sono fragili, sensibili, empatiche e solitamente depresse, con una totale dipendenza affettiva.

Ma se nella realtà guardiamo alla vittima con sentimento compassionevole, e ci auguriamo che guarisca in fretta, quando invece ci trasferiamo nel mondo delle fiabe la vittima ci piace, ed è il personaggio che ci sta più a cuore, non riconoscendogli una patologia, ma attribuendo anzi la qualifica di eroe.

Nelle favole è meno probabile che le vittime siano affette da sindrome di Stoccolma (innamorarsi del proprio aguzzino) e qualche volta, può succedere il contrario. Prendiamo ad esempio il sicario ingaggiato dalla matrigna di Biancaneve, che colpito dalla bellezza della fanciulla (a cui avrebbe dovuto strappare il cuore), non riesce ad ucciderla. Il cacciatore bluffa, e porta alla vanitosa matrigna il cuore di un cervo, anziché quello della fanciulla. Continuando a parlare di streghe, vogliamo menzionare quella disegnata dai Grimm, che abita la casetta di pan di zucchero. In questa favola, la strega sequestra e ingrassa Hansel tenendolo in gabbia, e nel tentativo di arrostire al forno Gretel (la sorella di Hansel), diventa vittima della bambina. Gretel, con una manovra degna di una mente criminale della scuola di Al Capone, spinge la strega nel fuoco, e libera dalla prigionia Hansel, festeggiando l’evento a cuor leggero.

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Ultimo appunto va rivolto alla famiglia allargata di Cenerentola, fanciulla buona e sensibile a cui muore la mamma, e il padre si risposa. La ragazza diventa la colf h24, sfruttata e derisa dalla sua nuova famiglia; Cenerentola è una vittima (del bullismo, e di altre inenarrabili abusi), sebbene viva questa realtà come se fosse nata per subire ogni tipo di sopruso. Troppo buona, o completamente depressa? Questa favola ci consegna un esempio di vittima, laddove dalla sua nota comportamentale, si possano ragguagliare segnali di comportamenti patologici (chiunque al suo posto sarebbe scappato di casa), seppur la favola ci piaccia perché reca un lieto fine.

Ritornando alla “vittima”, ci viene spontaneo pensare che questo concetto appartenga un po’ a tutti noi. Chi per amore o per gioco, almeno una volta nella vita, non ha assunto entrambi i ruoli? Vittima e carnefice. Permettetemi pertanto, di far passare questa accezione non come un assioma, ma come una verità puramente confutabile.

Susy Tolomeo

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