LA RISATA STRAZIANTE DI “JOKER”

Il film di Todd Phillips è bello, ma presenta sostanziali difetti

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“Chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?” È attorno a questo quesito che si basa la retorica di “Joker”, il film diretto da Todd Phillips e premiato al Festival di Venezia, che sta facendo registrare numeri da capogiro al botteghino, oltre a parecchi applausi nelle sale cinematografiche, che si sono riempite per il ritorno su grande schermo del folle per eccellenza del mondo dei fumetti, in salsa rivisitata rispetto al racconto “canonico” del personaggio. Il film si distacca totalmente dalla storia generalmente conosciuta dagli appassionati sulle origini del Joker, raccontata in “Batman: The Killing Joke” nel 1990: lì la follia del personaggio era attribuita ad un trauma improvviso (la morte della moglie e del futuro figlio) unita al contatto con dei liquami tossici. Il nuovo Joker interpretato da Joaquin Phoenix, invece, è un personaggio che si potrebbe definire “umanizzato”: la sua pazzia non è infatti spiegata da un evento eccezionale. Essa si forma lentamente, come inevitabile conseguenza a lungo termine dell’abbandono e dei costanti maltrattamenti subiti da un individuo con problemi psichiatrici, che passa dall’essere un innocuo paziente a diventare l’iconico criminale.

La scelta della produzione è, in tal senso, coraggiosa: umanizzare le cause della nascita del Joker significa assumersi la responsabilità di entrare in un’arte che deve per forza essere profondamente realista, introspettiva, critica. Decidere di trattare, da una prospettiva in prima persona, una vera e propria piaga sociale pone il regista davanti ad un’enorme responsabilità, specie quando la pellicola sarà destinata ad essere vista da milioni di spettatori, spesso disinformati (non per propria colpa, ndr) su un argomento tanto complesso e difficile da comprendere senza passare prima da uno studio approfondito. È proprio qui che un film comunque di ottima fattura (e più avanti nell’argomentazione daremo a Cesare quel che è di Cesare, ndr) si perde, limitandosi ad essere un bel film, ma non quel capolavoro che avrebbe potuto realmente essere, se avesse sfruttato a pieno le proprie potenzialità ed il peso specifico dell’argomento trattato. Invece, la rappresentazione dei problemi psichiatrici è risultata troppo complessa anche per Todd Phillips, e la narrazione presenta diverse criticità di forma e di sostanza. Infatti, nonostante una grandiosa interpretazione del copione da parte di un meraviglioso e spaventosamente magro Joaquin Phoenix, la trama del film perde l’occasione (che tra l’altro si profila in diversi momenti) di entrare veramente nella mente del folle, nelle sue riflessioni, nella sua interiorità più profonda. La scelta del regista finisce per essere così sin troppo semplicistica.

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Tutto si gioca sulle cause esterne che portano l’innocuo Arthur Fleck a diventare The Joker: l’isolamento sociale ed un’enorme spirale di violenza della quale l’uomo è vittima sin dalla prima infanzia. L’immagine del dolore provato da Arthur è affidata interamente all’espressività facciale (perfetta) di Phoenix, e gli unici momenti in cui abbiamo a che fare con la profondità della mente del personaggio sono quelli in cui vediamo alcune frasi sgrammaticate scritte sul suo diario personale: un ottimo spunto, quest’ultimo, ma sul quale probabilmente non si è puntato a sufficienza. Le frasi sono infatti piene di significato, ma, al conteggio finale, risultano essere troppo poche per esprimere la complessità dei pensieri di chi soffre in quel modo. Certo, la confusione in cui versa Arthur-Joker è evidente, ma è davvero abbastanza limitare le idee di chi arriva ad essere un criminale efferato in un generico “non riesco ad essere sempre felice e soffro perché la gente non comprende la mia patologia”? Passiamo ora alla struttura prettamente morale dell’opera, che vede diverse scelte di narrazione essere se non altro criticabili. Andiamo per ordine. In primis la psichiatra, presente in poche scene all’inizio del film, prima che la sanità americana “tagli tutti i fondi”, privando così Arthur Fleck di terapia e medicine (ottima critica, questa, ad una vergogna sanitaria che affligge gli USA), è una figura distaccata, disinteressata alle sorti del paziente Arthur; tanto che lui, arrivato sull’orlo dell’esaurimento nervoso definitivo, arriva a dirle esplicitamente “Lei non mi ascolta, non mi ha mai ascoltato”. Ebbene, questa è un’immagine sbagliatissima che un film, la cui intenzione è quella di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo alle malattie mentali, non può permettersi di avallare. Uno dei principali problemi dei pazienti psichiatrici, infatti, è proprio il rifiuto che essi, e spesso anche le loro famiglie, hanno di farsi aiutare dagli specialisti, tal volta per via dei costi elevati, ma moltissime altre volte a causa di una diffidenza endemica che c’è verso gli “strizzacervelli” (per usare un termine dispregiativo molto frequente tra gli scettici). Dato che, comunque, Arthur sprofonda irreversibilmente nel precipizio, dal momento in cui smette di prendere le medicine, mi domando, dunque, se non sarebbe stato meglio mandare un messaggio positivo mostrando una psichiatra disponibile e comprensiva della quale poi il protagonista avrebbe perso il supporto a causa del taglio dei fondi? La fluidità della trama non sarebbe stata minimamente intaccata, ma si sarebbe evidenziata l’importanza fondamentale che il supporto medico ha per le persone in difficoltà. Secondo, ma non meno importante, la “rivolta dei clown”, che mettono a ferro e fuoco Gotham City.

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Quando Joker uccide per la prima volta, in realtà per difendersi da un gruppo di tre aggressori nella metro, la notizia del clown pazzo fa subito il giro dei notiziari, ed egli diviene un simbolo per le violente proteste contro il potere costituito in città, che continuano in escalation fino alla fine del film. Nel momento in cui, poi, egli si macchia di omicidio in diretta televisiva, ottiene come risultato che la gente lo acclami come eroe, fino al punto di distruggere l’auto della polizia che l’aveva arrestato, in modo da liberarlo in mezzo ad una folla adorante e mascherata da clown, in una scena che ricorda inevitabilmente il finale di “V per Vendetta”. Ma “V”, a differenza di Joker, possedeva una moralità, oltre ad una pietà, e non era mai violento per scelta, ma solo per autodifesa nel mondo distopico del film di James McTeigue, dove lo Stato era veramente oppressore di qualsiasi libertà. La sua morale era quella di un forte senso di giustizia e di una straordinaria signorilità, mentre il Joker del finale del film uccide per puro divertimento, per rabbia, per frustrazione, giustificando il tutto con la frase “Chi decide cosa è giusto e cosa è sbagliato?”. Il risultato è che attorno agli atti di Joker si crea un’atmosfera non tanto di condanna unita a compassione per colui che è vittima prima ancora di essere carnefice, ma più che altro di esaltazione, di giustificazione totale di quella violenza perpetrata su persone colpevoli al massimo di averlo preso in giro: cosa certo deprecabile, ma che non giustifica assolutamente una vendetta nel sangue.

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Si rinnova così la solita, banale, trita e ritrita retorica del “popolo contro i potenti”, fondamento delle derive nazionaliste e populiste che stanno portando l’occidente e non solo in una situazione di odio razziale e scontro sociale che non si vedeva da decenni, oltre alle elezioni di personaggi come Bolsonaro, che dietro questa retorica (ad esempio: “i potenti vogliono riempirci di immigrati”) celano le proprie intenzioni liberticide. Siamo proprio sicuri che avevamo bisogno dell’ennesimo film che presentasse questo tipo di idea? Al netto di questi doverosi appunti su delle criticità troppo poco evidenziate, il film di Phillips è sicuramente godibile, soprattutto grazie alla meravigliosa interpretazione di Phoenix, unita ad una direzione della fotografia da applausi a scena aperta. La descrizione dell’evoluzione della psiche del protagonista è tutto sommato convincente e alquanto lineare dal punto di vista narrativo, ma, purtroppo, troppo superficiale, all’interno di una trama che sembra “scriversi da sola”: a parte un paio di colpi di scena, la sensazione che prevale durante tutto il film è quella di sapere già cosa succederà 5 minuti dopo, e questa è una grave lacuna. Vi è poi qualche forzatura, soprattutto nel modo di agire della polizia, decisamente troppo poco convinta di fronte ad un criminale pluriomicida: Joker non ha bisogno di particolari stratagemmi per sfuggire agli arresti, e questo è, francamente, poco verosimile, oltre ad essere uno spreco dato che l’astuzia del clown folle è uno dei tratti caratteristici più amati del villain della DC Comics. La valutazione del film cambia quindi a seconda di qual è la domanda che ci si pone nel farla. Vale il prezzo del biglietto? Assolutamente sì, forse lo vale anche due volte. Vale tutti gli elogi adulatori ricevuti? No: il film non è perfetto e perde un’occasione irripetibile per formare una vera coscienza di massa sul tema delle malattie psichiatriche, ancora oggi purtroppo vittima di tabù che nuocciono pesantemente agli stessi pazienti. Sarà per la prossima volta? Ci sono buoni motivi per dubitarne, purtroppo.

(photo courtesy Warner Bros Pictures)

Giulio Negri

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