LA MODA TOSSICA

QUANDO INDOSSARE UN ABITO NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE!

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L’articolo di questa settimana vuole uscire dagli schemi classici di un “articolo di moda” che mi portano a scrivere di tendenze, eventi glamour e di stilisti affermati e non, che intendiamoci, sono gli argomenti di cui amo scrivere, ma sentivo il bisogno di parlarvi di una notizia che è passata letteralmente sotto silenzio, di cui non c’è stata traccia né in televisione, né sulla carta stampata, trapelando, solo oggi, esclusivamente tramite i social, ma che mi ha colpito profondamente.

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Lo scandalo nasce nel lontano 2012 (ma chi di noi ne era al corrente?) con la campagna internazionale denominata “Detox” di Greepeace che mette in luce come molte maison di moda, anche le più famose, usino sostanze chimiche, pericolose per la salute umana, lungo tutta la catena che porta alla creazione di un capo di abbigliamento. Le ricerche di Geenpeace, attraverso analisi chimiche su 140 capi di diversi brand, hanno dimostrano come molti dei capi di abbigliamento che indossiamo ogni giorno contengono nonifenoli etossilati che a contatto con la nostra pelle si trasformano in composti tossici che alterano il nostro sistema ormonale. L’associazione ambientalista inoltre evidenzia che tali sostanze rilasciate nell’ambiente possano essere un grave pericolo non solo per l’ambiente stesso, ma anche per l’uomo perché possono diventare sostanze cancerogene. Il rapporto evidenzia quanto questa pratica sia trasversale: tocca tutti, dai brand del lusso più famosi, alle grandi catene low cost, con l’amara constatazione che l’abbigliamento e gli accessori siano i prodotti con più sostanze a rischio per la salute e l’ambiente.

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Il problema non sono i tessuti, naturali o artificiali che siano, è pura illusione di salvezza quella di scegliere fibre naturali come il cotone o la seta, ma quanto tutti i prodotti usati nella lunga catena produttiva come, per citarne solo alcuni: sbiancanti, coloranti, anti piega, ammorbidenti, antimuffa, antistatici, un vero e proprio bombardamento chimico che lascerà sui nostri abiti residui di: cromo, nichel, formaldeide, arsenico, piombo, mercurio etc etc… Dopo aver reso pubblico a Pechino gli esiti delle sue ricerche, Geenpeace ha ottenuto che solo otto maison di moda si impegnassero al eliminare tutte le sostanze tossiche nelle proprie catene di produzione e di imporre ai loro fornitori di rendere di dominio pubblico, alle popolazioni che vivono a ridosso delle fabbriche di produzione, tutti i dati relativi alle emissioni delle sostanze tossiche derivanti i loro scarichi industriali, ma tutto questo avverrà soltanto entro il 2020 e solo otto tra le centinaia di brand di moda si sono impegnate in tal senso…davvero scandaloso!

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Siamo diventate vittime e carnefici inconsapevoli della moda, vittime di una moda che può procurarci, nei migliori dei casi, fastidiose dermatiti, carnefici perché stiamo inquinando il sud del mondo dove sempre più spesso le maison di moda delocalizzano le loro produzioni, non a caso Geenpeace ha reso pubbliche le sue analisi proprio a Pechino, in Cina infatti c’è la maggior attività tessile del mondo. Se vogliamo sapere quale sarà il colore di tendenza per la prossima stagione ci basta osservare la colorazione che assumono i fiumi cinesi ha dichiarato un attivista di Geenpeace e non è solo, come si potrebbe pensare, un problema ambientale lontano, che non ci riguarda, perché quei residui tossici che contaminano quelle acque contamineranno anche i pesci che le abitano e che con la globalizzazione finiranno sulle nostre tavole.

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Per contrastare tutto questo Michela Kahlberg, manager in una grande azienda che si occupa di coloranti tessili, ha lanciato il progetto: “Made in Colours” che cercherà di convertire le aziende ad adottare un’etichetta tecnologica con un codice a barre che possa permettere al consumatore, grazie ad una applicazione che può scaricare sul proprio smartphone, di verificare quali sostanze sono state usate per creare il capo che intende acquistare.

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In Europa esiste già dal 2007 una normativa che obbliga le aziende che vogliano produrre o importare tali sostanze a registrarle presso l’Agenzia Europea delle sostanze chimiche al fine di tutelare i cittadini europei da eventuali rischi. Ma come ben sappiamo la realtà è ben diversa: perché quando leggiamo su un’etichetta made in Italy non possiamo essere sicure al cento per cento che l’intera catena sino ad arrivare al prodotto finito sia interamente italiana. Accade molto spesso che un brand produca in Cina, dove le maglie dei controlli sono molto larghe, per usare un eufemismo, e rimandarlo in Italia per le rifiniture e l’etichettatura. Ma perché la green fashion, sebbene se ne parli dagli anni novanta non decolla? Primo perché sono capi poco appetibili per le fashion addicted, sono capi anonimi e incolore, e poi ci sono le scarpe che sembrano rubate dai piedi dei coreani, ma ahimè, dalla parte sbagliata: quella del Nord. Secondo perché sono capi tenuti lontano dalla grande distribuzione, relegati a piccoli negozi di nicchia, ed infine perché il costo finale dei capi è nettamente superiore a quelli tradizionali, di fatto impedendo a gran parte della popolazione una scelta di green fashion.

Come poterci difendere da tutte queste insidie per la nostra salute? Innanzitutto diffidate di un prezzo troppo basso che paradossalmente può riportare in etichetta la dicitura “made in Italy”, informarsi su quali brand hanno sottoscritto il patto con Greenpeace di “disintossicare” la loro produzione, non acquistare capi in tessuto poliestere che vengono molto spesso tinti a basse temperature con i carrier alogenati fortemente sospettati di essere cancerogeni, attenzione a capi che dopo il lavaggio perdono molto colore, probabilmente sono stati tinti con coloranti azoici che rilasciano ben ventidue ammine aromatiche fortemente cancerogene. Non acquistate capi di dubbia provenienza o sulle bancarelle, o se non potete farne a meno lavateli almeno due volte prima di indossarli, la maggior parte degli agenti chimici va via con i lavaggi anche se inquineremo le nostre acque e di conseguenza l’ambiente. Sapete quali sono i capi più pericolosi? Quelli di colore nero, blu e rosso perché potrebbero contenere tracce massicce di nichel, colorante usato per le fibre sintetiche e miste.

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Già sento lo sconcerto di tutte le fashion addicted come me dopo aver letto questo articolo, come so perfettamente che virare su scelte green è difficile e poco fashion, io da parte mia sentivo il bisogno di informarvi anche su questo lato oscuro della moda, perché il non sapere è la cosa più inquietante per me, poi la scelta su quale strada prendere sarà solo vostra, io dal canto mio, dopo un attimo di smarrimento, tornerò ad essere la fashion victim (victim in tutti i sensi!) di sempre, perché come diceva Oscar Wilde: “di qualcosa bisogna pur morire” ed io essendo astemia, non fumatrice e non particolarmente dedita ad una vita dissoluta, una morte purché “alla moda” può essere un prezzo equo da pagare!

T. Velvet

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