LA GUERRA DEI BAMBINI

Siria, la pace per tornare a guardare le stelle

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Il raid chimico su Duma della scorsa settimana, che avrebbe provocato un bilancio di più di 100 morti, ha riacceso i riflettori della comunità internazionale sul conflitto siriano che perdura a oltranza da 7 anni ormai. Si tratterebbe di bombe al fosforo bianco, una sostanza che, a contatto con la pelle, riuscirebbe a bruciare persino le ossa. Secondo le dichiarazioni dell’Oms, sarebbero circa 500 i pazienti recatisi presso strutture di primo soccorso che avrebbero presentato i sintomi di un’intossicazione da esposizione a sostanze chimiche tossiche, come grave irritazione delle mucose, insufficienza respiratoria e interruzione delle funzioni del sistema nervoso centrale. Sono passati precisamente 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, orribile conflitto che vide per la prima volta nella storia umana l’uso di gas nervini, in particolare iprite e fosgene, come armi da guerra. Riecheggiano ancora oggi le crude testimonianze dei soldati in trincea, che nelle loro lettere scrivono di notti passate a far la veglia ai cadaveri dei camerati caduti, putridi e con la schiuma alla bocca; sono migliaia di racconti che, a prescindere dalle fazioni di appartenenza, sembrano ripetere all’infinito la stessa scena. Purtroppo, oggi non ci risulta difficile immaginare certi scenari, perchè non ne siamo estranei, anzi: le immagini ci raccontano le stesse atrocità, che questa volta non si limitano a riguardare soltanto i soldati, bensì i civili e - ahimè - soprattutto i bambini.

Nel caso dell’ultimo raid, infatti, la zona interessata sarebbe quella di Goutha («oasi» in arabo), la fertile periferia di Damasco che costituiva il «granaio della capitale», ora ridotta a un cumulo di macerie. La sua popolazione conta 400.000 abitanti, di cui una buona metà sono bambini.

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Tutto ciò continua a perpetuarsi nonostante già dal ’25, con la Convenzione di Ginevra, si fosse appurato che l’uso di gas in ambito bellico costituisse un crimine di guerra. In effetti, l’ONU ha espresso la volontà di portare il regime siriano davanti alla Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità con le prove evidenti della distruzione che si è abbattuta su tutto il Paese. Secondo le indagini condotte dall’intelligence statunitense, la responsabilità di questa strage è da far risalire alle truppe di Assad, consapevoli dell’ostilità antiregime diffusa tra le popolazioni di quella zona. In risposta a questa azione militare, Trump dichiara di tenere in considerazione le opzioni avanzate dal Pentagono, che contemplano interventi missilistici verso la Siria, ai quali la Russia è sicura di poter rispondere. Evitando dichiarazioni via social, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha scandito: «Noi non partecipiamo alla diplomazia su Twitter - in riferimento ai ’cinguettii’ di Trump, nei quali avverte Mosca di prepararsi al lancio di missili in Siria - Noi abbiamo un approccio serio, […] crediamo anzitutto che sia importante non fare passi che potrebbero danneggiare questa situazione fragile». Intanto, ad aggirarsi nelle acque del Mediterraneo orientale sono i cacciatorpedinieri americani, testimoni di un’attitudine tendenzialmente offensiva degli States, che accusano la Russia di essere alleata con «l’animale che uccide con il gas, che uccide il proprio popolo e se ne rallegra».

L’atmosfera tra Russia e Stati Uniti dunque è molto tesa, ai livelli della Guerra Fredda. Preoccupante è la disponibilità a collaborare, al fianco della potenza occidentale, espressa da Macron e May. Nel frattempo, Putin ordina alla sua flotta di abbandonare la base miltare di Tartus per disporsi in assetto di difesa, e la Turchia sembra voler ricoprire il ruolo di intermediario per suggerire alla Russia i possibili obiettivi interessati da eventuali attacchi e permettere all’esercito russo di non farsi cogliere di sopresa. Si tratta dunque di una vera e propria corsa agli armamenti di rimando novecentesco, nello stile tipico di due superpotenze che da sempre sfruttano le guerre di altri per cercare un’inutile resa dei conti. Alcune supposizioni addirittura muoverebbero l’ipotesi - tenendo in considerazione la fitta rete di interessi che convergono in Siria e la tendenza imperialista statunitense già sperimentata in varie vicende storiche - che potrebbero essere stati gli stessi Usa a optare per un gesto clamoroso, facilmente riconducibile al regime di Damasco, per legittimare un’azione congiunta di forze a salvaguardia dei propri interessi economici. Non dimentichiamo, infatti, che la Siria ad oggi costituisce una miniera d’oro per la presenza abbondante di giacimenti petroliferi. D’altronde, l’America del Nord ha già acquisito strategie di questo genere nella Guerra Ispano-americana del 1898 (in cui appoggiò la causa indipendentista del movimento di liberazione guidato da José Marti, assicurandosi la piena influenza sulla nuova Repubblica Cubana e l’acquisizione delle isole Hawaii, Marianne, Caroline e Samoa) e nella Questione di Panama (che la vide schierarsi dalla parte degli indipendentisti ribellatisi al governo colombiano, ottenendo il controllo di uno snodo fondamentale per il commercio intraoceanico). Questo modus operandi è generalmente indicato con l’espressione «diplomazia del dollaro», ad indicare una diplomazia che fa dell’uso della potenza economica il mezzo per ottenere influenza politica. Ma quelle sulla questione siriana rimangono ad oggi solo supposizioni ufficiose.

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Ciò che è fondamentale, in questo momento critico della storia contemporanea, è che ognuno avverta la necessità di prendere atto di ciò che sta accadendo e di predicare la pace senza condizioni. Occorre richiamare una riflessione di base esistenzialista, secondo cui l’esperienza precede l’essenza, dunque l’uomo per essere deve esistere, e per esistere deve necessariamente scegliere. In questo caso, non scegliere significherebbe schierarsi dalla parte dell’indifferenza, e quindi a favore dei carnefici. «Il sonno della ragione genera mostri», direbbe Goya se gli si chiedesse di descrivere con una frase ciò che sta accadendo.

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E’ inoltre necessario muovere una riflessione sull’esistenza in sé e sulla poca importanza che oggi le si attribuisce, ponendola in secondo piano rispetto agli interessi dei potenti. Secondo i dati forniti dall’Ansa, dall’inizio del conflitto fino allo scorso anno la Guerra civile siriana avrebbe provocato 6,5 milioni di profughi all’interno del Paese e 5 milioni di sfollati scappati all’estero. Spaventoso è il bilancio delle vittime, di cui ormai l’ONU ha smesso di pubblicare stime ufficiali; a seconda delle fonti, le cifre oscillano tra i 300 e i 350.000 morti. Ma il punto è che non si tratta di numeri, bensì di persone, di storie, di vite, in un conflitto che persiste da 7 anni, la stessa età di molti di quei bambini vittime di attacchi crudeli, come quello che li ha colpiti domenica scorsa. Sono bambini che non sanno neanche cosa significhi una vita senza guerra, bambini ai quali, come ci ricorda Fazio nella trasmissione «Che Tempo Che Fa», è stato negato il diritto di guardare le stelle di notte e il cielo di giorno, perchè coperto dagli aerei e dalle bombe.

Concludiamo ricordando le celebri parole di Picasso - opportune oggi più che mai - pronunciate in occasione dell’esposizione di Guernica, la sua opera ispirata al bombardamento dell’omonima cittadina basca (il primo ad aver colpito la popolazione inerme). Alla domanda di un ufficiale nazista «Avete fatto voi questo orrore, maestro?», lui rispose secco: «No. L’avete fatto voi.».

Federica Scippa

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