L’incompetenza al potere e la morte del pensiero logico nell’era dei social

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Uno dei primi a metterci in guardia dall’avanzare di una specie di istupidimento generale fu Nicholas Carr con il suo libro Internet ci rende stupidi? La domanda dello scrittore americano torna oggi di attualità grazie anche al libro di Tom Nichols La conoscenza e i suoi nemici, il cui sottotitolo è un atto d’accusa profondo e accorato: l’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia.

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Il fil rouge che unisce i due scrittori americani è il comune j’accuse nei confronti di un agire comune a molti (Nichols per la verità circoscrive l’era della disinformazione a una gran parte della popolazione americana e al bias di conferma che la caratterizza) che sembra aggredire il pensare logico e la riflessione razionale. Gli aspetti legati alla vita online si connotano anno dopo anno come tendenze negative e controproducenti al nostro agire comune e per il nostro pensiero, sovraccaricando gli aspetti della vita sociale di conseguenze che sfuggono al controllo dell’individuo. Si pensi alle nuove forme di capitalismo tecnologico basato su una ricchezza incommensurabile come i dati di ognuno di noi, o alla perversa forma di baratto di un accesso illimitato alla conoscenza in cambio della propria privacy, o ancora a tutte quelle forme di dipendenza digitale che accompagnano tanti aspetti delle nostre vite, dalla condizione di burn out permanente cui sono affetti molti professionisti e lavoratori del terziario costretti a essere connessi h.24 per non perdersi neanche un istante di ciò che accade nel mondo della finanza, sino alle più pericolose tendenze narcisistico-depressive legate ai più giovani e alla loro tendenza a usare maniacalmente i social, per poi arrivare a disturbi dell’apprendimento causati da deficit dell’attenzione (ad) nelle normali attività scolastiche ed extrascolastiche.

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Sembra dunque che la rete e i suoi derivati abbiano dotato sì il mondo di un accesso sconfinato alla conoscenza e alla socializzazione, ma a posteriori hanno generato effetti patologici e, chissà, dannosi per il nostro cervello. Contraddizioni e degenerazioni nell’uso delle nuove tecnologie sembra vadano a braccetto in un’epoca in cui il capitalismo ha fagocitato dentro di sé anche il mondo dell’informazione tout court con un modello di business tracotante e imperialista in cui sembra ormai non solo troppo tardi tornare indietro, ma anche per certi versi inutile. Sono state minate le basi del pensiero occidentale basato sulla capacità di articolare un pensiero logico e lineare e sfuggire ai facili slogan con l’esercizio dell’analisi razionale delle cose che accadono ogni giorno.

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La vita di comunità dovrebbe per sua naturale inclinazione, rifiutare l’arrembante “capitalismo della sorveglianza” (come lo definisce Soshanna Zuboff), espellere le tossine di un modello di vita online nato solo per imporre un rapido cambiamento alle nostre abitudini quotidiane attraverso l’accettazione acritica di “diversivi caleidoscopici e veloci” (Nicholas Carr). Sovvertire la logica dell’influencing (e degli influencer, al soldo delle logiche di cui sopra) può non bastare, né può essere sufficiente e costruttivo tentare nostalgicamente di tornare indietro e distruggere, animati da spirito luddista, tecnologie potenzialmente in grado di farci vivere in tempi interessanti. Avanza inesorabile allora come un senso di frustrazione, una consapevolezza di agire tanto e velocemente ma nel senso sbagliato. E perseveriamo nell’errore perché spinti e soggiogati da tecniche di distrazione di massa confacenti al nostro bisogno di essere visibili, di essere sempre nel giusto, di avere un’opinione su tutto e su tutti e che sono gli altri, gli esperti (la cui fine della competenza è già stata segnalata dal Nichols) a sbagliare e a essere se non nel torto perlomeno messi in continua discussione. Privi di punti di riferimento, e senza provare nessun senso di mancanza, navighiamo a vista aggirando la complessità e rifugiandosi nella più comoda disinformazione fornita, pret a porter, dalle nostre bacheche social.

Andrea Alessandrino

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