L’emergenza umanitaria sulle sponde del Ciad

Una crisi senza precedenti dovuta a cambiamenti climatici e terrorismo

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In Africa molti fiumi e laghi stanno scomparendo a poco a poco a causa dei forti cambiamenti climatici che stanno devastando in modo particolare la zona sahariana. Le temperature che superano i 40 gradi e la penuria di piogge stanno causando il prosciugamento di molti bacini idrici, permettendo così l’inarrestabile avanzata della sabbia del deserto.

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Questo è quello che sta succedendo sulle sponde del lago Ciad, il settimo più grande del mondo che, situato nella regione del Sahel, a sud del Sahara, tocca i confini di Ciad, Camerun, Niger e Nigeria.

Infatti, dagli anni ‘60 in poi il Ciad ha perso più dell’80% della sua superficie delle sue acque dolci, sia a causa dei cambiamenti climatici che della costruzione di dighe su alcuni fiumi suoi emissari. Questo ha avuto un impatto devastante sulla crescita demografica delle popolazioni che abitano sulle sponde del lago, costrette ad abbeverarsi di acqua sporca, da cui contraggono diverse malattie.

Inoltre, la cosa ha creato non pochi danni alla pesca, unica forma di sostentamento in queste zone. Infatti, vengono pescati solo pesci molto piccoli con vecchie piroghe e reti logore.

La situazione di miseria che si vive quotidianamente sulle sponde del Ciad è aggravata anche dai gruppi jihadisti del Boko Haram, che dal nord dell’Africa si sono spostati più a sud, tra la Nigeria e il Camerun.

Infatti sono sempre più frequenti i saccheggi ai piccoli centri abitati sparsi nel deserto e le violenze che ne conseguono. Sono molte le persone che si arruolano tra le fila del Boko Haram come ultima spiaggia per lasciarsi alle spalle la miseria, perché queste cellule terroristiche approfittano dell’alto tasso di povertà per fare proselitismo.

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Quella del lago Ciad si presenta come una tragedia senza precedenti, dove non c’è modo per sopperire alla mancanza di cibo e acqua, e le preghiere rivolte ad Allah sono gli ultimi brandelli di una speranza che sta morendo a poco a poco.

D’altro canto, negli ultimi mesi le Nazioni Unite hanno deciso di avviare un progetto con il sostegno di alcune aziende specializzate nella costruzione di dighe, per permettere il trasferimento di 100 miliardi di metri cubi di acqua all’anno dal fiume Congo al Ciad.

Ovviamente, prima di avviare qualsiasi progetto le Nazioni Unite dovranno tener conto anche della situazione sociale dei paesi bagnati dal Ciad, in modo particolare delle cellule terroristiche del Boko Haram, che potrebbero rappresentare un grosso ostacolo alla riqualificazione della zona.

Francesco Ambrosio

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