L’algeria alle prese con la sua conquista della democrazia

Scontri e proteste contro Bouteflika per le nuove presidenziali

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In occasione delle nuove presidenziali in Algeria, il malcontento per i quattro ripetuti mandati del presidente uscente Abdelaziz Bouteflika, che nonostante l’età e le condizioni di salute non impeccabili rimane in corsa, è sfociato in proteste a oltranza nei maggiori centri del paese. Sono passati ormai 10 giorni dalle prime manifestazioni, tenutesi come per consuetudine nel mondo arabo, venerdì dopo la preghiera, quando migliaia di persone si sarebbero riversate nelle strade della capitale, sfidando il divieto di manifestazione. Le ragioni del malcontento risiedono in una profonda crisi di rappresentanza, che affligge le nuove generazioni algerine, le quali sono estranee ai tragici eventi del cosiddetto decennio nero, la guerra civile, che tra il ’91 e il 2001 provocò all’incirca 200mila vittime, eppure ne subiscono le ingerenze del governo e degli apparati militari, che sfruttando questo pretesto conducono da anni la loro deriva autoritarista.

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Da prendere in considerazione è anche la composizione della popolazione algerina, con una percentuale di giovani altissima, circa il 70% di cittadini al di sotto dei 30 anni, e di conseguenza la pretesa da parte loro di meccanismi di riforma che il governo di Bouteflika non ha mai innescato, lasciando che la percentuale sulla disoccupazione giovanile arrivasse a sfiorare il 26%. Naturalmente come spesso è accaduto per altri moti che hanno interessato il nord Africa, a fomentare gli ardenti spiriti c’è una situazione economica che tende a calare precipitosamente in seguito alla crisi economica dovuta al rincaro del prezzo del petrolio. Non bisogna dimenticarsi che l’economia algerina è fondamentalmente basata sull’estrazione di idrocarburi; questo significa che le casse dello stato risentendo pesantemente di queste variazioni risultano prosciugate in poco tempo, e non più capaci di badare al sostentamento del paese e in particolare a rifornire della garanzia di misure di welfare le fasce più bisognose della popolazione.

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Lo scenario politico si fa sempre più frammentato, il che può essere considerato un primo passo verso un orizzonte democratico, ma rimane al momento il fattore di una forte instabilità. Abu Bakr Geddouda, ex parlamentare e presidente delNational Shura Council, forza politica legata ai Fratelli Musulamani algerini che dal 2012 si sono allontanati da Bouteflika, denunciando anch’essi mancanza di riforme, malagiustizia e irregolarità dei processi elettorali, dichiara: “I cittadini sono molto determinati e non si fermeranno. La situazione è delicata. Ci siamo ritirati dalla coalizione e abbiamo rifiutato di farne nuovamente parte perché manca un piano di riforme per il paese. Le elezioni sono sempre state truccate e il parlamento non ha potere, queste proteste sono il risultato di questa situazione politica”. Intanto, secondo l’agenzia stampa statale APS, gli scontri con la polizia dal 22 febbraio avrebbero già provocato 182 feriti.

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La situazione è molto incerta, in particolare per l’assenza del presidente Bouteflika, recatosi in Svizzera per accertamenti medici e non ancora rimpatriato. Ma la preoccupazione della popolazione cela una situazione nascosta per quanto risaputa di un controllo che in realtà sarebbe accentrato nelle mani di figure legate al mondo militare, ad esempio Gaïd Salah, capo di stato maggiore della Forze armate e viceministro della sicurezza, eAthmane Tarthag, capo dei servizi di sicurezza DSS (Dipartimento di Sorveglianza e Sicurezza). Il popolo algerino chiede dunque l’appoggio della comunità occidentale nella loro lotta per la conquista della democrazia ; “Gli algerini hanno capito che è il momento di decidere per il nostro paese. Noi non siamo né la Siriané lIraq e i governi occidentali devono appoggiarci”, afferma Geddouda. “Non devono ripetere l’errore che hanno commesso in passato non sostenendo le richieste di giustizia sociale e di democrazia delle popolazioni arabe”.

Federica Scippa

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