L’OCEANO, STA MORENDO?!

Lo abbiamo chiesto a Francesca Santoro dell’UNESCO

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Le inchieste dell’InternationalwebPost ritornano ad affrontare il tema dell’ambiente e della salvaguardia degli Oceani. Le Nazioni Unite, dal 9 giugno del 2009, celebrano la giornata Mondiale degli Oceani. Cambiamento climatico, scioglimento dei ghiacci, depauperamento della fauna marina, specie a rischio, inquinamento e sensibilizzazione dell’opinione pubblica sul mare come risorsa (non solo economica) sono i temi su cui gli scienziati del mondo stanno lavorando per trovare soluzioni che arrestino questi fenomeni nocivi per la salute del pianeta.

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In esclusiva per il nostro giornale, abbiamo intervistato la Dottoressa Francesca Santoro, Programme Specialist Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO.

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Venerdì 7 giugno 2019 si è svolta l’undicesima Giornata Mondiale dell’Oceano, dal titolo Gender & Oceans, con lo scopo di valorizzare i contributi delle donne in ambito ambientale. Il Palazzo di vetro dell’Onu, a tal fine, ha ospitato una conferenza scientifica di altissimo livello, dove le relatrici, provenienti da diverse parti del mondo, compresa l’Italia, erano tutte donne. Tra le relatrici, in rappresentanza dell’Italia e dell’UNESCO, c’era anche lei, dottoressa Francesca Santoro. Siamo ancora lontani dal raggiungimento dell’Obiettivo n. 5 degli OSS, “uguaglianza di genere e l’emancipazione di tutte le donne”?

In generale credo che purtroppo, ed in particolare in alcuni paesi del mondo, siamo decisamente ancora lontani dall’aver raggiunto l’uguaglianza di genere. Per quello che riguarda il mio campo, ovvero le scienze del mare, ci sono dei dati confortanti. Nel 2017 la Commissione Oceanografica dell’UNESCO ha pubblicato il Global Ocean Science Report, un documento che descrive la situazione della ricerca oceanografica e il contributo dei vari paesi, dove si riscontra che il 38% dei ricercatori che si occupano a vario titolo dello studio dell’oceano sono donne. Circa il 10% in più di quello che succede nell’ambito delle scienze naturali in generale. C’è però da osservare che la presenza delle donne diventa sempre minore tanto più si sale nella scala gerarchica, molto donne a livello dottorati ma poche a livello di professore associato o ordinario. Dunque c’è ancora molto da fare per infrangere il famoso "soffitto di cristallo" ovvero quell’insieme di discriminazioni che impediscono alle donne di fare avanzamenti di carriera. Credo che sia importante avviare programmi in cui donne con un’affermata carriera aiutino ed incoraggino le ragazze più giovani a perseguire i loro obiettivi e a portare avanti i loro sogni professionali.

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Quando parliamo di Oceano intendiamo includere, nell’accezione maggiore, anche il Mare Nostrum, il nostro Mar Mediterraneo. In quale stato si trova e quale contributo può dare ognuna ed ognuno di noi, per la salvaguardia e la valorizzazione rispettando i criteri della sostenibile ambientale?

Le principali caratteristiche degli ecosistemi marini del Mediterraneo sono molto diverse da quelle degli altri mari europei. È il più grande mare europeo semichiuso caratterizzato all’uso intensivo dei suoli, dall’eccessiva urbanizzazione e dall’inquinamento delle coste. Inoltre gli studi mettono in evidenza che le temperature medie dell’intera regione del Mediterraneo sono aumentate di 1,4 gradi centigradi rispetto all’era pre-industriale: 0,4 gradi centigradi in più rispetto alla media globale. I potenziali effetti del cambiamento climatico porteranno a una significativa riduzione delle precipitazioni estive in diverse aree, fino al 10-30%, aggravando la generale carenza idrica e, di conseguenza, incidendo in modo significativo sulla produttività agricola, in particolare nelle regioni meridionali. Inoltre, anche l’inquinamento da plastica registra dei record negativi nel Mare Nostrum. La stragrande maggioranza dei rifiuti trovati in spiaggia e sui fondali è in plastica: si stima che, in tutto il mondo, ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscano in mare, e la quantità è destinata ad aumentare. Il nostro mare è considerato una delle zone critiche del pianeta: nel Mediterraneo la concentrazione dei rifiuti in mare è pari a quella delle cosiddette “isole galleggianti” dell’Oceano Pacifico. Il problema più grande è quello delle microplastiche, frammenti di plastica minori di 5 millimetri, che entrano nella catena alimentare e danneggiano fortemente la fauna marina. Gli effetti sulla salute umana sono ancora tutti da dimostrare, anche se, nuovi studi sulle nano-plastiche, frammenti che vanno da 0,001 micrometri a 0,1 micrometri, che sembra possano accumularsi anche nei tessuti dei pesci che verranno di conseguenza anche ingerite da noi. Ognuno di noi può adottare dei comportamenti responsabili, di minore consumo di risorse, di acqua, di energia, può consumare il pesce in maniera consapevole e sostenibile, può evitare di usare plastica monouso, ma soprattutto credo che sia un dovere informarsi e informare gli altri, ovvero rendersi ambasciatori del messaggio della necessità della tutela del mare.

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Quali sono i Paesi nel mondo che maggiormente investono risorse economiche per la tutela dei mari? E in Italia, cosa e quanto si sta facendo riguardo a questo tema?

Sicuramente i paesi del Nord Europa, Svezia, Danimarca, e ultimamente anche Norvegia. In Italia ultimamente ci sono state delle iniziative lodevoli da parte del Ministero dell’Ambiente, come il Decreto Salvamare, o la campagna Plastic Free Challenge. Ci tengo a segnalare che l’Italia è per storia e tradizione un paese a vocazione marittima, in cui ci sono quasi 8000 km di costa, siamo inoltre un paese in cui praticamente è nata la moderna oceanografia di campo, con la prima campagna oceanografica effettuata da un italiano. Le lettere e gli appunti di viaggio di Luigi Ferdinando Marsili del periodo 1679-1680 sono la prima testimonianza scientifica di una campagna oceanografica: le misure fatte e descritte compongono forse il primo trattato scientifico dell’oceanografia moderna, come cita la Professoressa Nadia PInardi dell’Università di Bologna. Credo dunque che sia nostro dovere continuare a lavorare nella scia della nostra tradizione e assumere un ruolo di maggiore rilevanza in questo ambito anche a livello internazionale.

Il suo ultimo impegno come relatrice è di appena 2 giorni fa a Venezia, sul Progetto Green & Blu#EnjoyrespectVeneziandSaveyourSea. Com’è possibile coniugare Economia Blu, Tutela dell’Ambiente ed Educazione?

I mari europei sono fonte di sviluppo e ricchezza economica. A fronte di una scarsità di risorse e di una popolazione mondiale in crescita, ricorreremo sempre di più ad essi per soddisfare le nostre esigenze alimentari, farmaceutiche ed energetiche. Dalla produzione di energia pulita allo sviluppo di industrie nuove e sostenibili in settori completamente diversi come le biotecnologie e l’acquacoltura, l’innovazione nell’economia marittima europea sarà dunque cruciale per la ripresa e il futuro dell’Europa. In questo ambito chiaramente la tutela ambientale è fondamentale, perché solo un oceano sano sarà in grado di fornire le risorse necessarie allo sviluppo economico, che dovrà rispettare i principi dello sviluppo sostenibile. La Blue Economy rappresenta oggi in Italia, secondo l’ultimo rapporto Unioncamere sull’Economia del mare, un comparto in cui sono attive 185mila imprese, pari a circa il 3% di tutte le aziende italiane, rappresentando una buona fetta dell’economia nazionale. È importante coniugare i temi dell’educazione alla tutela del mare anche in questo ambito dell’economia blu proprio per fare in modo che i diversi settori si sviluppino senza creare danni all’ambiente.

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È Suo il Progetto “Ocean Literacy for All”, per la cui realizzazione è stato pubblicato un interessante quanto affascinante testo, manuale e guida nel contempo, ricco di immagini incantevoli, alla cui stesura hanno partecipato scienziati ed educatori provenienti dall’Europa e da Stati extraeuropei. Questo ci fa comprendere come l’esigenza di un’Educazione alle Scienze del Mare sia sentita a livello planetario. Ce ne può parlare?

Ocean Literacy significa letteralmente “alfabetizzazione all’Oceano”. Occuparsi di Ocean Literacy significa diffondere la comprensione dell’influenza che l’oceano ha sulla nostra vita e l’influenza che le nostre scelte e le nostre azioni hanno sull’oceano. L’esigenza della diffusione dell’Ocean Literacy, quale tematica educativa fondamentale, è emersa una ventina di anni fa negli Stati Uniti, quando scienziati, studiosi ed educatori notarono che nelle linee guida per l’insegnamento non c’era alcuna traccia di oceano e scienze legate all’acqua. Da allora il tema è stato studiato, dibattuto, pianificato, regolato e l’Ocean literacy è diventata un elemento base dei programmi educativi in molti Paesi, anche europei, a partire da sette principi molto semplici e chiari. Nel 2017 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha dichiarato il 2021-20130 come decennio delle Scienze del Mare per lo Sviluppo Sostenibile. Noi come Commissione Oceanografica Intergovernativa dell’UNESCO siamo stati incaricati di coordinare la consultazione globale che porterà a definire il piano d’azione di questo Decennio. L’Ocean Literacy è e sarà una componente fondamentale del decennio, proprio perché ora che l’Oceano è finalmente al centro del dibattito, delle politiche e dell’economia globale è importante che lo si conosca meglio, che lo si studi con maggiore attenzione a partire dall’insegnamento di base. Attualmente la nostra pubblicazione è usata da scuole appartenenti alla rete delle scuole associate all’UNESCO di 35 Paesi, e il nostro obiettivo è di fare in modo che l’insegnamento del mare diventi materia obbligatoria a livello mondiale.

Nicòl De Giosa

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