L’EMPATIA CONTRO LA VIOLENZA

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Sul problema dei bulli si potrebbe scrivere un libro intero cominciando, ovviamente, dalle peggiori malefatte. Probabilmente in molti si ricordano della piccola Carolina, prima incoraggiata a bere e poi molestata a sua insaputa, ammazzatasi con il cuore colmo di tristezza. I suoi “amici”, dopo aver ripreso con il cellulare la scena riprovevole, sbandierano tutto sul web con una leggerezza a dir poco naturale. Così lei un giorno scrive una lettera d’addio specificando persone e motivi della sua scelta e, piena di dolore, si butta giù dal balcone. Carolina ha 14 anni quando s’uccide. Non è l’unica vittima di una superficialità feroce e concimata dal clamore di Internet a cui molti si inchinano per una manciata di like. Il presupposto è quello di ottenere approvazione e consenso, il più possibile e senza scrupoli. Come il recente video dello youtuber Logan che, incurante dell’uomo impiccatosi con una corda nella foresta dei suicidi in Giappone, gli gira intorno sbeffeggiandolo. Una triste realtà quella della violenza conclamata da una disgustosa insensibilità nei confronti degli altri. L’ultimo avvenimento ricalca esattamente i tratti di persone povere di valori e di amor proprio e per il mondo circostante. A Torino, infatti, una donna ammonisce gentilmente un gruppo di ragazzi che imprecano davanti al figlio e in cambio riceve un’aggressione con i fiocchi. Un episodio agghiacciante, tenendo conto del fatto che si tratta di ragazzi minorenni. Nessuna giustificazione può esser invocata, bensì semplicemente una riflessione intelligente sull’idea di una ri-educazione dei giovani. Di certo non si può far di tutta l’erba un fascio, tuttavia bisogna intervenire sul male seppur rappresenti una fetta esigua.

cms_8144/2.jpgChiamarle marachelle significa sminuire il significato dell’azione commessa: se qualcuno vi aggredisse a calci e pugni non parlereste di una semplice birbonata. E’ decisamente importante attribuire l’accezione corretta a ogni situazione per evitare un’interpretazione travisata delle cose. Dunque, in questo caso, si parla della violenza da parte di una gang nei confronti di una giovane mamma e di suo figlio.

I figli partoriti dalla visione estrema del cinema hollywoodiano (ultimamente, purtroppo, pure italiano!) sostengono che alla violenza è doveroso rispondere con altrettanta violenza. Ma in questo modo il cane si mangia la coda da solo poiché l’aggressività incatena la mente in un circolo vizioso. Ci vuol modo e maniera di spiegare la questione a chi, magari, non conosce una scala di solidi principi. Ecco qui l’intervento necessario e urgente costituito da una ri-socializzazione immediata e, di sicuro, necessaria affinché il soggetto capisca la gravità delle azioni commesse. Si deve insegnare che il debole va difeso e non combattuto, che la prepotenza a lungo andare non paga, che la sopraffazione vive di angoscia, che il rispetto - in quanto atto di grande libertà - è sinonimo di vita. Insomma di concetti da introiettare con pazienza ce ne sarebbero a iosa, conviene però in primis insegnare a immedesimarsi nell’altro attraverso la meravigliosa capacità dell’empatia. Forse la nozione potrebbe esser riassunta in una frase: in fondo, se comprendo quel che provi tu, non ti faccio soffrire perché so con certezza che ciò è sbagliato.

Alessia Gerletti

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