L’ARTE COME RIFLESSO DEI NOSTRI PREGIUDIZI

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Da sempre, ogni forma dell’Arte è stata rappresentazione non solo del nostro mondo fisico ma anche del più complesso nostro modo di porgerci essendo vincolati da pregiudizi. Nel merito, a Trieste, le lezioni di Storia nell’Arte dell’Editoria Laterza hanno disegnato uno spaccato dei lacci mentali, filosofico-religiosi, che hanno portato verso secolari ingiustizie razziali ed emarginazioni, addirittura, di genere.

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In relazione a queste ultime, nate dall’oscuro tentativo di assoggettare anche la forza dello spirito e dell’intelletto alla stregua della minore massa muscolare femminile opponibile alla preponderanza corporale del maschio, la lezione tenuta dal prof.ssa Maria Giuseppina Muzzarelli su “ADAMO, EVA E LA SERPENTA” attraverso l’arte nel tempo, ha chiarito come non si sia trovato di meglio dall’ interpretare in negativo l’estrinsecazione del “femminino” la cui preponderante “arcana” influenza, sino dall’origine dell’avventura terrena, si è manifestata al nerboruto Adamo da parte di una, per “sottili” versi, tutt’altro che fragile Eva. Per la stessa, nei secoli destinata ad essere simbolo di ambìto quanto denigrato riferimento di desiderio oltre che di instabilità e incoerenza, essendo già stata posta all’origine di ogni male per la perdita dello stato di grazia del paradiso terrestre a causa della sua arrendevolezza alle lusinghe del demone-serpente; con l’evoluzione temporale, nell’arco di un millennio, si è approdato alla immedesimazione persino con l’essenza ambigua e perversa di una “Serpenta”.

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Così, riscattatosi il serpente maschio dall’essere stato corruttore dell’uomo fatto decadere dal privilegio dell’Eden; insieme alla femmina considerata demoniaca, anche il demone tentatore viene ipotizzato proprio con ingannevole volto femminile e corpo di serpente, secondo una scelta attribuita allo stesso diavolo perchè “simili a similibus applaudunt ”, come tramandato da Pietro Commestore nel libro Historia Scolastica del primo secolo dell’anno 1000. Così, nel 1181 nella lastra di un altare a Verdun appare la prima Serpenta con volto di donna e coroncina in testa quale ornamento che si diffonderà come ghirlandetta per le fanciulle; nel 1270-80 nel Saint John college a Cambridge è raffigurata la Serpenta-donna con capo fasciato da bende secondo la moda anch’essa frutto diabolico; addirittura, nello Speculum Humanenae Salvationis del 1309 1324 il volto femminile è sul corpo della Serpenta –drago; mentre, nella miniatura delle Tres Riches Hermes du Duc de Berry del 1412-1416 la Serpenta, al pari di Eva, è raffigurata bionda e bellissima in quanto simbolo di bellezza tentatrice; ma, soprattutto nel 1610 , in un particolare del Giudizio Universale di Michelangelo nella volta della cappella Sistina si ritrova la Serpenta con rigoroso sembiante femminile e intenso incrocio di sguardi “dialoganti” con Eva mentre la mano a guisa di artiglio e il braccio di Adamo indicano il coinvolgimento dello stesso, concludendo il circolo del peccato originale.

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In definitiva, tutte ipoteche negative a carico della figura femminile tanto che, nella facciata di Notre Dame, all’esaltazione della Vergine nel portale dedicatole, la contrapposizione della raffigurazione di Eva sembrerebbe avere risposto alla necessità di rivalutazione della donna dalla visione Ulpianea che ne aveva ravvisato modelli come quello della meretrice e altri ugualmente svilenti; nonostante, in contemporanea con le suddette raffigurazioni della donna- serpenta, ci siano state donne di pregio come: lIdegarda di Bingen autrice di opere di botanica come anche in tema giuridico e politico; così l’altrettanto colta Eloisa e la stessa Matilde di Canossa, emblema di vigore fisico e rigore morale, confrontatasi con la Chiesa per la ricerca di regole –limite per la laicità.

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Oltre al pregiudizio “di genere”, altra lezione di Storia nell’Arte ha posto l’accento sullo stereotipo antisemita in base al quale sul popolo ebraico si è fatta gravare “L’ACCUSA DEL SANGUE” basata sulla profanazione dell’Ostia da parte di un ebreo parigino che, nel 1290, avrebbe messo a cuocere un’ostia consacrata da cui sarebbe fuoriuscito sangue copioso, segno del grave sacrilegio; per cui tutta la famiglia dell’ebreo sarebbe stata condannata al rogo. Partendo dalla storia di questa profanazione raccontata da Giovanni Villani e, soprattutto, dalla rappresentazione fattane da Paolo Uccello nella sua famosa Predella del “Miracolo dell’Ostia profanata”; la relatrice Anna Foa ha evidenziato le gravi conseguenze di una tale credenza che è costata la persecuzione degli ebrei con le condanne al rogo nell’oscurantismo del Medioevo sino alla tragedia della Shoah con lo sterminio messo in atto, nel secolo scorso, dalla follia nazista. Dietro il pregiudizio, in base al quale gli ebrei sarebbero dediti al commercio di sangue che utilizzerebbero per rituali magici e pratiche mediche, c’è la peggiore accusa del sacrificio di bambini cristiani al fine di perpetrare, nel periodo Pasquale ebraico, l’uccisione di Cristo. Nonostante, riguardo alla documentazione relativa a rei confessi del passato, si sia cercato di ricacciare indietro un razzismo basato sul dare credito ad ammissioni che, in realtà, siano state frutto di estorsione; il pregiudizio rafforzato dalla contrapposizione religiosa resta latente, pronto ad emergere dall’intolleranza e dallo spingersi ad una contraria deduzione dall’analisi delle stesse fonti.

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D’altra parte, su quali basi, che non siano pregiudizi razziali, possono essersi predisposti i “FALSI RITRATTI” di uomini il cui passaggio epocale riporta il segno del loro operato ma non la memoria del loro reale aspetto? Tanto è emerso dall’analisi fatta dallo storico Massimo Firpo circa i motivi che hanno portato a dissimulare i volti di due illustri fiorentini nelle relative immagini che ce li hanno tramandati in base a tratti non solo appartenenti ad altri ma, soprattutto, scelti non a caso in dispregio di quanto si sarebbe voluto cancellare perchè agli antipodi di convinzioni correnti.

Così è stato per Niccolò Machiavelli del quale è celebre la raffigurazione in sembiante di anziano “ebreo” con capelli radi e scomposti naso adunco e sguardo torvo e penetrante, come si evince dalla famosa “testina” riportata sul frontespizio delle sue opere in quattro volumi fra cui IL Principe e le Historie Fiorentine edite dall’antisemita Comin da Trino a Venezia.

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In realtà, essendo stata attribuita al Machiavelli una tipologia prettamente giudaica attinta dal volto di un discendente da ebrei convertiti al cristianesimo, tale Fino Fini, tesoriere ducale degli Estensi a Ferrara, ritratto con il suo libro In Iudeos flagellum ex Sacris Scripturisexcerptum monito contro gli Istraeliti cospiratori in danno dei cristiani; quei tratti di arcigno attempato ebreo dovettero sembrare giusti per male rappresentare l’autore de IL Principe alla stregua della condanna di quell’opera che, per i tempi, era considerata spregiudicata ed empia. Fatto sta che la testina tratta dal dipinto originario del Fini e servita come incisione sul frontespizio della relativa opera, risulta la stessa che compare sul frontespizio dell’opera di Machiavelli alla cui persona si ritenne riferirsi quel dipinto nell’archiviazione che ne fu fatta al numero 98 fra i quadri di palazzo Farnese a Roma. In senso inverso da quello dispregiativo riservato dagli editori antisemiti al Machiavelli che osava irridere la religione pur avendone rilevato l’utilità intrinseca ad un regno; con un ritratto falsato in meglio, con la colorazione di azzurro degli occhi del primo duca di Firenze, Alessandro detto il Moro, si tentò di affinarne i tratti per nasconderne l’origine bastarda da una domestica di origini africane ingravidata dal prozio di Alessandro, il cardinale Giulio dei Medici poi divenuto papa Clemente VII. Però sembra che, in mezzo alle fattezze negroidi comunque fedelmente riportate nel quadro, fu proprio la falsità di quegli improbabili occhi azzurri a indurre lo sfregio del quadro; così come l’essersi posto da tiranno secondo la sua vera indole condusse Alessandro il Moro ad una morte violenta.

Se ne può dedurre che una natura, solo se sostanzialmente “bastarda”, si rivela perdente per l’uomo in sè; così come risulta vana e destinata a cadere qualsiasi rappresentazione che, in male o in bene, le si voglia dare forzosamente.

Rosa Cavallo

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