Iraq, aumenta il numero di feriti a Baghdad

Sempre più incalzante la protesta antigovernativa

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Instancabili i manifestanti iracheni che portano avanti con tenacia le proteste antigovernative, in corso ormai da più di tre mesi. Sette il numero di feriti registrato nelle ultime ore a Baghdad, a seguito di sanguinosi scontri con le forze di polizia irachene, localizzati prevalentemente nel quartiere centrale di Kilani. Un numero irrisorio se paragonato agli oltre 500 morti e 20 mila feriti, vittime della repressione a partire da ottobre 2019. Le proteste sono cominciate sull’onda del malcontento per la corruzione delle classi dirigenti, per la crisi economica e l’alto tasso di disoccupazione registrato. Un picco di scontri violentissimi ha comportato, a Novembre, le dimissioni del primo ministro Adel Abdul Mahdi, spinto anche dalle parole dell’ayatollah Al Sistani che invitò esplicitamente il parlamento a privare della fiducia il governo iracheno, condannando brutalmente l’utilizzo della violenza contro i manifestanti.

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Tuttavia, un altro motivo che ha innescato le proteste è legato alla non ben accetta influenza dell’Iran nella regione irachena. Innumerevoli sono stati gli investimenti dell’Iran in Iraq, subito dopo la caduta di Saddam Hussein e la successiva guerra allo Stato Islamico. Inevitabile dunque l’ascendente iraniano sul paese cuscinetto, stretto in una morsa tra Teheran e l’Arabia Saudita, grande alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente. Sulla base di alcune recenti inchieste, si suppone che il potente generale Soleimani, ucciso per mano americana, avesse innescato e controllato silenziosamente le violente proteste in questione. La morte dello stesso generale ha causato l’inasprimento delle tensioni tra Iran e Stati Uniti, le quali sono andate ad affiancarsi ad una già estremamente precaria situazione politico-economica del Paese.

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L’Iraq, infatti, è divenuto nelle ultime ore sede dell’impietoso attacco partito dal distretto di Zafaraniyah, per il quale tre razzi Katiusha hanno raggiunto la Zona Verde, vicino Baghdad, ospitante l’ambasciata degli Stati Uniti. Sembra, però, non ci siano state vittime. Il primo ministro dimissionario Adel Abdul Mahdi si è ugualmente pronunciato, affermando che il colpo all’ambasciata americana rappresenti un crimine non indifferente, di cui la rappresentanza diplomatica si sta seriamente occupando. Abdul Mahdi ha ordinato l’apertura di un’indagine volta a consegnare alla giustizia gli autori dell’attacco.

Elena Indraccolo

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