Internet addiction

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È ormai estate. Mare, sole, passeggiate nel verde. Istanti irripetibili che vale la pena godersi fino in fondo, in modalità offline, per depurarci dal sovraccarico di tecnologia che spesso ricerchiamo compulsivamente. Scollegarsi per tornare a parlarsi e ascoltarsi guardandosi negli occhi, senza distrazioni digitali. Immergersi nel silenzio della natura perché, Charlie Chaplin docet, "Il silenzio è un dono universale che pochi sanno apprezzare". Viviamo in un mondo che ha perso il contatto sociale autentico tipico della vita reale. Viviamo una modernità liquida fondata sul precariato di sentimenti e sulla ferita profonda che crea la solitudine dei rapporti reali.

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Oggi il mondo viaggia in rete, una sorta di palcoscenico deprivato dalle emozioni reali. Siamo, del resto, una popolazione vanitosa, rafforzata dallo specchio digitale che porta tutti sotto lo sguardo curioso dell’altro. Questa dipendenza dalla Rete o Internet addiction è chiamata anche dagli americani FOMO, una sigla che sta per "fear of missing out", ovvero la paura di perdersi qualcosa, l’ansia sociale di rimanere esclusi. Chi ne è colpito può arrivare a sperimentare depressione, disturbi della personalità come il narcisismo patologico o psicopatologie legate alla superficialità, al vuoto, al distacco dal reale, attacchi di panico e tachicardia in caso di assenza di Rete mobile. Questa sindrome deriva da bassa autostima e va combattuta ricreando un rapporto sano ed equilibrato con la tecnologia e con se stessi.

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Qualche giorno fa, nel centro di Verona, un uomo è morto dopo essersi accasciato per strada colpito da un infarto. Decine di turisti e passanti lo hanno circondato per scattarsi una foto, ostacolando perfino i soccorsi. Questo è il segnale della degenerazione dell’uomo, del superamento dei limiti della pietà e dell’empatia. Un macabro selfie con la morte solo per poter affermare "C’ero anch’io", annullando ogni briciolo di umanità. Oggi, più che mai, esistere significa apparire. Ma io resto un’ottimista, confido che l’ubriacatura da social passerà. Il web è fantastico per informare, ma le persone hanno bisogno di una vicinanza fisica, dell’incontro, dello scambio vero. Il dialogo è come l’aria, se manca uccide! L’unico suggerimento che sento di offrire è di tornare a ridare peso a tutti quegli aspetti che nella dimensione virtuale non esistono: le vere relazioni, il rapporto con il corpo, i nostri difetti, il piacere e il dolore, la natura. Nessuna foto di Instagram potrà mai darci le sensazioni che proviamo quando respiriamo l’aria di un bosco o abbracciamo una persona. Dobbiamo ritornare ad assaporare i colori, la vita, la nostra e quella degli animi delle persone che si susseguono. Cogliere la bellezza di uno sguardo vero e non mediato da un post, stringere la meraviglia di ogni istante, di un corpo, di una città. Infine, ricordiamoci di praticare la gentilezza. Il mondo risuona di invocazioni d’aiuto. A ogni angolo di strada c’è qualcuno che ha bisogno di una mano. Ricordiamoci che alla fine della nostra vita ci resterà soltanto ciò che abbiamo donato.

Luana Campa

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