Indipendenza Scozia: si o no?

Favore o contro l’indipendenza dal Regno Unito.

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Due Paesi così interconnessi, così vicini. Serpeggia incertezza sugli esiti dell’imminente referendum e su quello che sarà il futuro della Scozia e delle propaggini della sua possibile indipendenza.

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Alla vigilia della fatidica data i sondaggi danno un testa a testa tra separatisti e unionisti. È prevista un’affluenza alle urne dell’80% e secondo molti degli elettori ancora indecisi (che costituiscono un buon 23%) la grande preoccupazione è rappresentata dal post referendum e dagli effetti a catena che scaturirebbe.

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L’acceso dibattito non ruota solo intorno al diritto di indipendenza della Scozia dall’Inghilterra, autonomia che secondo i separatisti si dovrebbe finalmente ottenere, ma anche su altri eventualità. In primis i timori riguardano, alla luce di un esito positivo del referendum, la permanenza della Scozia nell’Unione Europea, il mantenimento di una moneta unica e la gestione del debito pubblico della nazione. C’è chi sostiene che occorre credere nel popolo scozzese e nella sua innata capacità di governarsi da solo come gli altri Paesi del mondo. “Le persone migliori per prendere decisioni sulla Scozia sono gli scozzesi” ha dichiarato un fervente separatista.

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Il “confine” è un’area che si stende lungo la linea che separa la Scozia dall’Inghilterra, una zona che simboleggia gli oltre 300 anni di unità del Regno Unito e tutte le sue interconnessioni. Probabilmente in gioco c’è molto di più che il diritto all’autonomia e all’indipendenza. Adesione all’UE, valuta, lavoro, istruzione e sistema sanitario, questioni dibattute sia dal fronte del si che dal fronte del no. Si teme anche che la frontiera possa diventare più chiusa ma secondo il Trattato di Libera Circolazione tra Inghilterra, Scozia, Irlanda e Isola di Man, la frontiera rimarrebbe aperta e la moneta la stessa.

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Molti leader della politica britannica, anche di opposizione, sono passati da Edimburgo al fine di perorare la causa del Regno Unito d’Inghilterra. Fra questi l’ex premier laburista Gordon Brown, di origini scozzesi: “C‘è un migliore, più sicuro, più giusto e veloce modo per soddisfare le aspirazioni degli scozzesi: adottare la nostra proposta di un parlamento scozzese più forte, ma nel Regno unito”.

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Per il primo ministro scozzese Alex Salmond, principale fautore del si alla separazione, la vittoria è possibile: “Vinceremo, non perché abbiamo una ricchezza di risorse nazionali, per quanto importanti siano, ce la faremo se continuiamo a mantenere la stessa energia e partecipazione che abbiamo visto in questa campagna.” Anche il Fondo monetario internazionale è sceso in campo per il No, sostenendo che la secessione porterebbe incertezza economica e volatilità nei mercati.

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Se vincerà il “si”, sarà proposto il giorno 24 marzo 2016 per la proclamazione ufficiale dell’indipendenza, data simbolica perché cadrebbe a 310 anni dalla firma dell’Act of Union con l’Inghilterra nel 1707. Probabilmente ci sarebbe da analizzare la “legalità” di questa indipendenza. Posto che il Regno Unito si considera un’unione volontaria di diverse nazioni e nessuna di questa può essere costretta a rimanervi contro la propria volontà.

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Londra ha sempre riconosciuto alla Scozia il suo diritto all’autodeterminazione e la legittimità all’aspirazione ad organizzazione di un referendum. In particolare, con l’Accordo di Edimburgo dell’ottobre 2012 Londra ha trasferito ad Edimburgo il diritto e le competenze necessarie per organizzare un referendum e Londra si è impegnata a rispettare l’esito del referendum, i risultati quindi non potrebbero essere contestati né sul piano giuridico né su quello politico. In questo, il referendum in Scozia differisce da quello che tra qualche settimana organizzeranno i catalani per chiedere la loro indipendenza

Giacomo Giuseppe Marcario

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