Il ruolo della Musica nel corso dei secoli

Dall’antica Grecia ai giorni nostri

Il_ruolo_della_Musica_nel_corso_dei_secoli.jpg

Nell’antica Grecia alla musica era attribuito un posto di rilievo nelle cerimonie religiose e il suo insegnamento era affidato alle massime autorità civili e religiose che ne detenevano il controllo. Anche i Pitagorici parlano già dell’influenza che la musica ha sull’individuo e del suo valore catartico, in quanto essa ha un potere sul nostro animo e può contribuire a ricostruire l’armonia turbata da qualche evento esterno. Quindi la musica assume il significato di medicina dell’anima.

Nel Medioevo la musica assunse ancora maggiore importanza, tanto che si decise di farla studiare nelle scuole. Fu concepita però in due modi diversi: da una parte era considerata come una teoria legata alle discipline del quadrivium (matematica, geometria, musica e astronomia), dall’altra la si insegnava come pratica artigianale per soddisfare le esigenze legate al culto. Ed è proprio per questo bisogno di legare la musica alle esigenze di culto che nascono le scuole di canto nelle grandi cattedrali, il cui maggiore teorizzatore è Guido D’Arezzo. Grazie alle sue schematizzazioni, tramite la cosiddetta “Mano Guidoniana”, facilitò la lettura della musica (ancora privilegio di pochi) e razionalizzò l’apprendimento del canto, fino ad allora trasmesso quasi esclusivamente in modo mnemonico. Egli ideò un sistema che consisteva nel memorizzare l’intonazione degli intervalli rapportandoli a degli schemi fissi.

cms_15378/2.jpg

Successivamente, nel Rinascimento, si ha invece una netta separazione tra musica sacra e musica profana. Nelle cattedrali continuano le tradizioni corali e le scuole di musica, mentre in ambito profano nascono tre figure differenti in campo musicale: il musicista professionista, che usa la sua arte come un lavoro; il cultore della musica, che usa la musica per diletto; il pubblico, che assiste agli spettacoli. Si ha un abbandono dell’educazione musicale generica e si fa spazio alle scuole specialistiche. Nascono infatti, le scuole di musica per eccellenza, i Conservatori. In questo periodo assumono sempre più rilevanza le attività artistiche nel quadro della formazione non professionale, poiché iniziano a nascere nuove teorie che riguardano il ruolo privilegiato che la musica ha nell’educazione dei sensi.

Nel XIX secolo comincia a farsi spazio la teoria secondo la quale l’alunno è al centro del processo conoscitivo, non il punto di arrivo di un procedimento che lo vede attore passivo.

Importante è l’opera di Pestalozzi (pedagogista e riformista svizzero, noto come educatore e riformatore del sistema scolastico), che vede il fanciullo come il soggetto e non l’oggetto passivo del processo educativo, ponendo al centro delle sue teorizzazioni la spontaneità dell’apprendimento, che si può concretizzare anche attraverso il gioco.

L’educatore non ha la funzione di riempire la mente dell’alunno con nozioni astratte, né quella di imporgli dall’esterno le norme e i valori socialmente ammessi; compito dell’insegnante è aiutare l’alunno a estrinsecare le sue facoltà innate in modo da accompagnarlo armoniosamente nel suo sviluppo intellettuale e morale. Il bambino da educare non è una tabula rasa su cui imprimere ex novo dei concetti, ma è attore protagonista del processo conoscitivo e portatore di una sua esperienza personale. Secondo questa teoria, anche per l’assimilazione della musica ci si deve allontanare dalla concezione che la si debba apprendere per imitazione, anzi, le si deve riconoscere un alto valore educativo. La musica promuove la formazione globale dell’individuo, offre al bambino l’acquisizione di capacità specifiche e ulteriori occasioni di sviluppo e orientamento delle proprie potenzialità, una più avvertita coscienza di sé e del modo di rapportarsi al sociale.

Nei primi anni del Novecento vengono svolti numerosi studi riguardo l’importanza che riveste la musica nella psicologia e nei processi di sviluppo e di apprendimento dei bambini. Molti di essi mettono in evidenza le particolari capacità musicali dei bambini, che all’età di 2/3 mesi sono capaci di distinguere i diversi toni della voce e a 4/6 mesi sanno localizzare spazialmente i suoni. Intorno ai 6 mesi, si manifestano le prime “lallazioni” e il tentativo di unirsi al canto materno, mentre solo in un secondo momento appaiono le vocalizzazioni e i primi tentativi di intonazione di intervalli. Nei primi tre anni di vita il bambino sperimenta le proprie capacità musicali e giocando con le sillabe e cercando di intonare canti in forma di salmodia, mentre a 3 anni i bambini sono in grado di imparare un canto per imitazione e di differenziare gli intervalli. Solo dopo, intorno ai 6/7 anni, si sviluppa il senso tonale e verso i 9 anni una certa sensibilità armonica.

cms_15378/3.jpg

In questo periodo si susseguono vari pedagogisti musicali, tra cui Jaques- Dalcroze, Willems, Bassi, Orff e Kodàly, considerati padri dell’educazione musicale. Scopo dell’insegnamento musicale non è unicamente l’abilità tecnica, la quale è sì importante, ma lo è di più lo sviluppo di aspetti come l’espressività, l’autonomia e la socialità. Si darà dunque una nuova rilevanza al canto, ai giochi ritmici corporei ed all’uso di semplici strumenti musicali. La fiducia nella musicalità presente in ogni essere umano vuole allontanare lo spettro di una formazione riservata ai soli allievi di talento: la centralità della materia lascia il posto all’importanza primaria del bambino.

È possibile distinguere tre filoni:

• teorie che partono dall’educazione auditiva (Dalcroze, Willems);

• teorie che privilegiano un fare musica attivo ed organico, utilizzando sia la voce che gli strumenti per sollecitare l’espressività e la creatività;

• teorie che mirano in primo luogo all’acquisizione delle capacità di lettura e della pratica corale (Kodály).

Leonardo Bianchi

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


Meteo


News by ADNkronos


Politica by ADNkronos


Salute by ADNkronos


App