Il paradosso tecnologico del golpe turco

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Il presunto tentativo di golpe attuato in Turchia la settimana scorsa ha sollevato molte discussioni non solo sulla tenuta politica interna della Turchia all’interno dello scacchiere internazionale, data la posizione strategica del Paese nel sistema geopolitico, ma anche per quanto riguarda il ruolo dei media in Turchia e della propaganda attuata dal presidente Erdogan. Come consuetudine in casi del genere, i centri nevralgici della comunicazione, radio, tv, redazioni di giornali, sono stati subito occupati militarmente affinché si possa trasmettere alla popolazione chi siano ora i protagonisti dello scorrere delle vicende storiche. Il controllo dell’opinione pubblica, ancor prima o al massimo nello stesso istante di quello delle sedi istituzionali, è un passaggio fondamentale nei momenti più topici del cambio di potere, soprattutto in casi di golpe militare.

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Oggi però non è sufficiente bloccare o indirizzare la comunicazione radio-televisiva, bisogna anche e soprattutto gestire la modernità informazionale e comunicativa dei nuovi media e delle piattaforme a essi correlati. Il golpe turco ha mostrato all’opinione pubblica intera due dati su tutti, segno dei tempi: il blocco o comunque il controllo dei social network e il messaggio alla nazione di Erdogan proprio con quelli stessi social da lui tanto odiati. Ci sarebbero elementi sufficienti per parlare di un connubio multimediale in salsa turca. Erdogan, in passato censore dei nuovi media, nel momento del bisogno si serve di una tecnologia 2.0 (FaceTime) per andare in onda su un old medium, la televisione, per tranquillizzare e incitare alla resistenza la popolazione. Chiariamo subito che FaceTime non è Facebook, ovvero non è un social bensì un semplice software di videotelefonia tramite internet, ma si tratta comunque di una tecnologia moderna, una modalità di comunicazione che fa leva sull’istantaneità e sulla condivisione. Affermare che Erdogan si sia arreso alla semplicità e rapidità d’uso dei nuovi media, appare troppo sbrigativo. Ciò che invece si può dire è che il leader turco ha cavalcato l’emergenza attraverso la costruzione di un evento mediatico. Prima di lui lo hanno fatto Al-Qaeda con le Torri Gemelle a New York e i guerriglieri dell’Isis, fino alle drammatiche immagini dell’attentato di Parigi e di Nizza e degli scontri a fuoco nelle strade americane tra dimostranti e poliziotti.

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Gli eventi mediatici così creati partoriscono immediatamente immagini che hanno poi come effetto colpire l’immaginario collettivo, in maniera tale da trasformare il fantastico in realtà, una scenografia cinematografica in orrore quotidiano. Smartphone sempre pronti come pistole cariche nelle fondine dei nostri pantaloni, sono pronti a sparare immagini sui social in maniera tale che diventino virali un attimo dopo essere state postate. Siamo diventati tutti potenziali giornalisti e pubblicitari non so quanto involontariamente del terrore, pronto a manifestarsi nella nostra quotidianità. C’è la consapevolezza di essere i protagonisti di un film in presa diretta grazie al nostro coraggio e allo sprezzo del pericolo. New York, Parigi, Nizza, Istanbul e chissà quante altre città ancora, mostrano a un opinione pubblica mondiale esseri come loro che nonostante il caos, la confusione, gli spari e l’odore sempre più forte della morte, continuano a filmare, consapevoli di una fama imperitura e di una copertura mediatica pressoché senza pari. La possibilità di rimanere uccisi o se tutto va bene feriti durante questo tipo di riprese confuse, è solo un danno collaterale del tutto trascurabile nello scenario di guerra che c’è attorno a noi.

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È un protagonismo esibito e subìto sia dai creatori che dai destinatari dell’informazione. Smartphone che riprendono le scene di violenza e di morte e che a loro volta sono ripresi dalle telecamere delle televisioni è dunque un’inarrestabile fase di un passaggio di consegne in pasta social. La televisione si è da tempo arresa alla Rete, e non è stato necessario un golpe, ma solo un’attestazione di superiorità delle forze in campo. Le immagini tremolanti marchiate YouReporter o la videochiamata di Erdogan, insieme ai migliaia di contributi postati in rete e poi mandati in onda dai Tg, non sono solo l’effetto di una manifesta superiorità mediatica delle piattaforme 2.0, ma anche di un normale processo di integrazione tra diversi canali informativi. Come sanno bene i detrattori della Rete, non si può pensare di oscurare la Rete per sempre, sarebbe come il tentativo, vano, di bloccare il mare con uno scoglio. Carta stampata e televisioni per sopravvivere devono adattarsi rapidamente a usare a proprio vantaggio l’uso e il materiale informativo proveniente dai social e dalle nuove tecnologie. In caso contrario il gap diverrebbe insostenibile e non rimarrebbe altro che recitare il de profundis per i vecchi media.

Andrea Alessandrino

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