I sentieri di psiche

IL SIERO DELL’EGO

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“L’infelicità sfama l’ego; ecco il perché di tanta malinconia nei volti dei mortali, che viaggiano tristi; ma continuano a riempirsi del proprio ego…” (Citaz.)

cms_12391/0.jpgCaro Lettore,

ci ritroviamo su I sentieri di Psiche e, come di consueto, ci fermiamo per riflettere su ciò che osserviamo lungo il nostro tragitto…e questa settimana ci soffermiamo su qualcosa che appartiene ad ognuno di noi ovvero il nostro ego, il nostro Io. Talvolta pensiamo che concetti come questo siano scontati e non degni di profonde considerazioni; in particolare mi riferisco a quanto il nostro Io sia condizionato da elementi esterni, dall’ambiente e dal contesto in cui viviamo.

La stessa definizione della parola ‘ego’, in ambito psicologico, rimanda ad una struttura psichica relativamente stabile che ha la funzione di assicurare il contatto con la realtà circostante ed intrapsichica. Si può dire che il nostro Io gestisce gli stimoli provenienti dal contesto, le relazioni interpersonali ed è attraverso di esso che avviene il processo di consapevolezza; pertanto rende possibile la differenziazione col non-io. Da qui ne deriva la prima riflessione che riguarda il nostro modo di relazionarci col mondo esterno; sin dalla nostra nascita, apprendiamo meccanismi che hanno a che fare con il proprio Io e l’Altro da sé. Jacques Lacan teorizzò l’esistenza di uno ‘stadio dello specchio’ e cioè una fase in cui il bambino prende coscienza di fronte alla propria immagine riflessa nello specchio che è se stesso e non un altro individuo; questa fase, secondo Lacan, avviene tra i sei e i diciotto mesi. Pertanto, dopo questo periodo, il bambino diventa capace di far coincidere la propria immagine con quella del proprio corpo; inoltre guardandosi allo specchio insieme alla mamma inizia a distinguere il sé da quello dell’altro da sé; questa fase costituisce un’ importante presa di coscienza dei propri confini: il bambino, infatti, escluso dalla unitarietà immaginata, cercherà riparo dalla mamma che lo protegge dall’angoscia dell’annientamento causata dal non essere un tutt’uno con la stessa. Si può dire che tale fase costituisce un ponte tra il mondo interno e quello esterno: davanti allo specchio, quindi, si costituisce l’Io: il riflesso speculare ha la funzione che il doppio assume per il conflitto narcisistico nell’adulto.

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Perché ho pensato di parlarvi del siero dell’ego? Riflettevo su quanto i media, i social network abbiano modificato il nostro modo di agire, il nostro desiderio di apparire e soprattutto su quanta confusione venga spesso fatta tra realtà e universo virtuale. Proprio qualche giorno fa, una collega pediatra mi raccontava di una sua assistita di 12 anni, giunta al suo studio in un evidente stato pseudo-depressivo: la motivazione - a suo dire – aver avuto pochi like ad una sua fotografia postata su face book; quante volte ci capita di sentire frasi del tipo “mi ha tolto l’amicizia” come se l’amicizia fosse qualcosa da togliere. Penso che questa sia vera e propria sostituzione di concetti importanti e concreti con una leggerezza data dalla digitalizzazione; se ci pensate, tutto è più veloce, con un click possiamo apprendere informazioni che anni fa avremmo appreso sfogliando decine di enciclopedie. Ma con un click postiamo immagini della nostra vita che non sempre rispecchiano la nostra vera realtà, la nostra realtà.

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La realtà, infatti, è una e univoca e non può essere confusa o scambiata con un’immagine riflessa nella vetrina di un social. A tal riguardo, mi torna in mente un film visto anni fa, uscito nel 2004, “Il siero della vanità”, ispirato al romanzo scritto da Niccolò Ammaniti ed è quest’ultimo che scrive la sceneggiatura: ciò si intuisce sin da subito per l’essere caratterizzato da un’angoscia sottostante e la straordinaria capacità di sottolineare che il mondo dei media spesso è soltanto una facciata al di là della quale si nasconde un paesaggio squallido e degradato; il film si apre con la descrizione di una serie di sequestri e il caso vuole che ne siano oggetto noti personaggi televisivi; la vicenda poi scorre lentamente sino all’imprevedibile finale, direi allucinatorio. E’ un po’ come se il siero, ad un tratto della storia, non avesse più i suoi effetti miracolosi che facevano apparire il mondo della televisione immune dallo squallore quotidiano. L’esasperazione della vanità, dell’apparire, della smania di successo fanno sì che il telespettatore si renda conto che tale universo non rappresenta la realtà; allo stesso tempo, però è chiaro come il bere il siero della vanità sia un antidoto al raggiungimento della consapevolezza di ciò che c’è al di là delle apparenze e cioè la vita reale fatta di sofferenze, gioie e soprattutto relazioni interpersonali.

Molti adolescenti utilizzano i social per socializzare, per intrattenere relazioni sentimentali ed è abbastanza complesso spiegare loro che al di là della maggiore facilità nell’approccio e nella conoscenza con una persona, ciò che permette la stabilità in una qualsiasi relazione è la profonda conoscenza dell’altro, la motivazione ad essere incuriositi da chi abbiamo di fronte, la gioia della condivisione di una conversazione e della scoperta empatica ed emotiva.

Il siero dell’ego, oggi, è rappresentato dalla ripetizione di comportamenti virtuali come un like o un dare e togliere l’amicizia, postare foto in cui non è ritratta la verità; il siero dell’ego ci illude di dissetarci o di farci apparire migliori, ma in realtà è una panacea all’insicurezza che appartiene alla psiche di ogni individuo. Penso che sia necessario, dunque, puntare il nostro sguardo verso una prospettiva di alterità, in cui sia imperativo l’agire comportamenti sani, adeguati e soprattutto reali, in cui sia possibile sperimentare che attraverso le insicurezze, le titubanze, le paure di non essere accettati, passa la costruzione e la stabilità della nostra individualità, del nostro Io.

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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