I sentieri di Psiche

QUANDO LA RELIGIONE DIVENTA FILOSOFIA DI VITA

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“Succede, nei settembrini pomeriggi baresi, che nei bar del centro si intavolino colorite discussioni che spaziano dalla politica alla gastronomia, dal Conte bis all’ultimo fine settimana da trascorrere a Rosa marina, dal fantacalcio alla liceità del rosario e dei simboli religiosi nell’odierno dibattito politico (e qua vi voglio).

Ma sì, chiacchiere disimpegnate che rimangono confinate in via Argiro tra un caffè in ghiaccio e un pacchetto di Marlboro. Non proprio. La questione dei simboli religiosi in politica ormai è diventata nazionale e rispecchia in maniera ferrea gli schemi calcistici del ‘tifo da stadio’, il derby d’Italia tra la squadra ‘pro rosario’ e quella ‘anti rosario’.

A perdere però sono lo Stato e le Istituzioni.

Siamo noi. Due parole però vorrei dirle. Spettacolarizzare i simboli religiosi, in un contesto delicato come quello odierno, significa ostentare simboli privi di una reale Presenza. Significa volgarizzare la Fede, al contrario di chi gelosamente custodisce la sua Croce e la onora sì ma con sobrietà nel privato. Significa ignorare il significato profondo delle parole Stato e Cristianesimo, riducendo la propria confessio fidei a un atto di religiosità schietta come mostrare il rosario.

Significa non capire minimamente il senso dell’Uomo, del dio in croce e ridurlo ad un cimelio da esibire nelle piazze e su Faccebook.

Muore la Chiesa. Muore lo Stato. Moriamo noi”.

(“Losing my religion” di Mario Infantino)

cms_14192/DSC_2838.jpgCaro Lettore, ci ritroviamo su I sentieri di Psiche…camminando lungo il nostro percorso, incontriamo un ragazzo: è adolescente, porta con grande disinvoltura una toga sulle sue spalle, ha lo sguardo determinato di chi sa di poter conquistare il mondo con la sua tenacia e intelligenza. Cammina lungo il suo sentiero e sta raccontando al suo fratellino – che tiene per mano – le sue riflessioni al ritorno dalle vacanze; il piccolo lo guarda, lo ascolta, anche se i concetti esposti da suo fratello non sono molto comprensibili per lui, che è ancora così piccolo. Ma questo non importa perché sa che in quelle parole è custodita una lezione di vita…

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Questa settimana ho voluto aprire con lo scritto di un ragazzo adolescente, figlio di due genitori straordinari. Sua madre, mia Amica per la pelle, una settimana fa mi gira il testo postato dal ragazzo su Facebook: appena l’ho letto, è stato inevitabile pensare di scrivere il mio articolo di oggi su questo, sia perché Mario Infantino è un adolescente dei nostri giorni: studia, si diverte, coltiva il suo bagaglio culturale con tanti sacrifici e sa bene cosa siano gli affanni della vita, sia perché con un’analisi dalla rara lucidità e maturità descrive la pochezza dei ragionamenti che molto spesso l’essere umano si ritrova a fare. Il post prende il nome da una famosa canzone, Losing my religion dei R.E.M che, tradotto in italiano vuol dire ‘perdendo la mia fede’; la canzone in realtà non nacque con l’intenzione di parlare di religione, ma col significato di perdere la ragione o perdere la pazienza; e infatti il testo rivela la perdita della pazienza per aver creduto in qualcosa, soprattutto nella possibilità che l’interlocutore provasse, tentasse e si rialzasse dopo una delusione.

Non ho avuto modo di confrontarmi direttamente con Mario Infantino, ma ho letto attentamente le parole del suo testo e vi ho letto tra le righe una certa delusione per una società che in qualche modo manca costantemente di rispetto a ciò in cui ognuno di noi crede, oltre che perdersi nelle frivolezze.

Se ci pensiamo bene, la fede non è da intendersi soltanto in senso religioso, bensì è costituita da tutto ciò in cui crediamo e per cui perseguiamo i nostri obiettivi; il rispetto della diversità consiste proprio nell’accettare che ‘io non ti cambio e ti accetto, anche se vorrei cambiarti’ perché ho rispetto del tuo punto di vista, ho rispetto di te.

Nei ‘pomeriggi settembrini’ raccontati da Mario, gli adolescenti, gli adulti di domani, pur di parlare di qualcosa, discutono dei simboli religiosi come di una partita di calcio e ahimè sono figli di genitori che molto spesso sono assenti e faticano ad insegnare ai loro figli che costruire la propria fede è un percorso fatto di successi e delusioni che vanno vissuti in pieno e senza sconti e facilitazioni di ogni tipo.

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La testimonianza del giovane autore ci spiega quanto i nostri ragazzi abbiano bisogno di trovare argomenti di discussione e di poter sostenere tesi plausibili nella lettura della nostra società e delle dinamiche che la animano; del resto, proprio in occasione delle ultime vicende politiche, riflettevo sul fatto che il governo è paragonabile ad un sistema familiare: è sufficiente osservare le dinamiche e i toni dei vari leader al potere e non. Questo tema ci riconduce inevitabilmente ad una piaga dei nostri tempi e cioè che i ragazzi non hanno più ideali politici, ma non perché non ne vogliano ma perché non hanno a disposizione modelli ai quali ispirarsi; questo rappresenta un problema perché essere depositari e portatori di ideali vuol dire perseguire i propri obiettivi ispirandosi a modelli sani. Non è importante a quale religione, intesa come filosofia di vita, apparteniamo bensì a cosa ci ispiriamo operando nel mondo intorno a noi e a quali sicurezze ci appelliamo.

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Probabilmente le mie parole di questa settimana potranno apparire più di stampo sociologico, ma penso che in realtà molti dei disagi dei nostri ragazzi nascano proprio della mancanza di dialogo e di modelli generazionali e sociali a cui far riferimento; insegniamo quindi loro ad ascoltare le nostre parole, non ad obbedire come se fossero automi, bensì a trasmutare i nostri insegnamenti in ideali di vita.

Ringrazio Mario Infantino per le sue illuminanti parole, con l’augurio pubblico di una semina sempre più prosperosa professionale e umana.

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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