I sentieri di Psiche

TORNARE A VIVERE. AMANDO.

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“L’Amore è un un sentimento forte.

E’ volersi bene l’uno con l’altro. E’ importante.

L’amore è come un fiore. Vuol essere coltivato per crescere.

I veri regali dell’Amore sono il sorriso l’abbraccio e il bacio.

E’ svegliarsi insieme.

L’Amore non ha differenze. Bisogna curarlo e accettarlo nel bene e nel male.

Farlo durare nel tempo.

Senza amare se stessi non si può amare un altro.

Impariamo ad amarci e a capirci.

L’Amore è uno specchio che rivela la nostra anima

E scalda i nostri cuori”.

Caro Lettore,

cms_12558/DSC_2838.jpgci ritroviamo su I Sentieri di Psiche. E, come in tutti i lunghi percorsi come il nostro, succede che si rifletta sul significato intrinseco della Pasqua e cioè su cosa significa risorgere e cioè tornare alla vita. La resurrezione arriva sempre dopo la morte e, anche per chi non dovesse essere cristiano cattolico, penso che il senso profondo di questa festa debba essere vissuto nel pieno della sua essenza. Oggi, infatti, più che parlare della resurrezione di nostro Signore Gesù, vorrei narrare di cosa voglia dire tornare a vivere dopo un periodo di sofferenza, psicologica nello specifico.

Le parole con cui ho aperto oggi sono tratte dal Monologo su l’Amore pensato e scritto dagli Ospiti del Centro diurno dove lavoro: si tratta di parole semplici e vissute in cui ognuno dei ragazzi ha lasciato una traccia di sé, della propria idea dell’amore, di ciò che dovrebbe essere amare il prossimo; è necessario, però, tener conto che quelle parole scaturiscono da percorsi di dolore, dalle loro personali “vie crucis”.

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La Via Crucis (dal latino Via della Croce, detta anche Via Dolorosa) è un rito religioso con cui – come sappiamo- viene commemorato il percorso doloroso di Gesù che si avvia alla crocifissione. Ho sempre pensato che tra la religione cattolica e la nostra esperienza di vita esistano molteplici assonanze: a ognuno di noi e in particolare a coloro che spesso ci ritroviamo a sostenere capita di percorrere la propria via crucis ovvero un tragitto caratterizzato dalla sofferenza, dalla prova, dal buio; quando camminiamo per i sentieri delle nostre vie crucis, non sappiamo se, quando e come ne usciremo; proviamo un senso profondo di stanchezza. Il cielo è sempre nuvoloso. Sopra le nostre vie crucis è sempre sera, il sole è andato a nascondersi perché si è perso e attende che saremo noi ad andarlo a ritrovare, alla fine delle nostre pene, per farlo nuovamente risplendere.

Mi viene in mente la leggenda dell’araba fenice: la fenice era un meraviglioso volatile sacro, somigliante ad un’aquila reale, aveva le piume di un colore splendido, il collo color di oro, rosse le piume sul corpo, la coda azzurra striata di rosa, le ali oro e porpora, lungo becco, lunghe zampe, due piume azzurra e rosa che pendevano dal capo; la fenice è diventata nel tempo emblema della resurrezione , infatti, dopo aver vissuto per 500 anni, la fenice sentiva di stare per morire, quindi si ritirava in un luogo isolato dove costruiva il nido sul quale metteva piante balsamiche profumate con cui intrecciava il nido a forma di uovo. Fatto questo, si adagiava e lasciava che il sole la incendiasse con i suoi raggi e si consumava nelle sue stesse fiamme.

Dal cumulo di cenere, poi, nasceva una piccola larva che i raggi solari facevano crescere fino a trasformarla nella nuova fenice, giovane e vigorosa. Il motto del mito infatti è Post fata resurgo e cioè dopo la morte torno ad alzarmi.

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Spesso intendiamo la psicoterapia nella dimensione del suo potere di trasformativo: proprio l’altro giorno, facendo un colloquio, una ragazza mi ha chiesto: “Come faremo ad affrontare tutto quello che mi è accaduto?”. A dir la verità, senza riflettere tanto, le ho risposto: “Il potere ristrutturante della parola ci aiuterà”. E lo credo davvero, che nel dolore e nella sua elaborazione, la parola è fondamentale poiché ci permette di ri-strutturare la nostra anima, la nostra psiche e di tornare a vivere; come la fenice muore bruciando in se stessa, così noi moriamo tutte le volte che assecondiamo il non fare, il rimanere inermi di fronte alla nostra stessa sofferenza perché la cosa più difficile da attuare in questa vita è il cambiamento, la trasformazione di una situazione, di un legame, di un setting professionale; spesso ci rifugiamo – come l’araba fenice nel suo nido – nelle nostre rigidità, nei nostri pregiudizi, nel nostro narcisismo e moriamo nello spirito, seppur bruciati dai raggi del sole e incensati dal profumo delle nostre convinzioni.

Giovedì scorso abbiamo portato alcuni dei nostri ragazzi a vivere il rito della lavanda dei piedi: il sacerdote ha parlato di oli profumati e del potere trasformativo dell’amore: “se non mettiamo amore in quello che facciamo, non c’è nessuna differenza, è sempre tutto uguale. Nell’amore quel che vale è amare”: la scelta di mettere amore nella nostra vita è personale e non ha via di ritorno. Penso che coloro che scelgono di fare dell’amare il senso di tutto il loro agire, vivano nella certezza che la propria via crucis possa avere un termine e possano avere il coraggio di andare a cercare quel sole che si è nascosto, perdendosi nel cielo.

Per questa Pasqua auguro a tutti i Lettori, alla Redazione dell’International Web Post con il suo Direttore di vivere a pieno la gioia della resurrezione, non soltanto intesa come la religione cattolica ci insegna, ma intesa come rinnovamento della nostra capacità di rinascere dalle ceneri delle nostre sofferenze. Auguri!

Alla prossima settimana.

Teresa Fiora Fornaciari

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