I sentieri di Psiche

ANIME DI CARTA

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“Provo ora a immaginare, assorto nei ricordi di una foto,

il mistico silenzio e i riflessi magici di quei giorni. Erano essi:

Punteggiati di boschi di anime e d’azzurro sfumato di nubi.

Coccolati da canti melodiosi degli usignoli solerti,

dei passeri solitari, delle aristocratiche,

minacciati a volte da qualche rettile in agguato, mimetizzato nell’ombra delle siepi…

Non avrò più forse il modo di raggiungerti scalando ardimentoso i ripidi tornanti

Ma eterno resterai, sentiero degli incanti, nel cuore mio

irrimediabilmente invaghito

(da “Tutte le poesie” di Antonio Pellegrino)

Caro Lettore,

cms_12232/DSC_2838.jpgci ritroviamo su I sentieri di Psiche e, camminando lungo il percorso mi accorgo a tratti di proseguire più lentamente proprio mentre passo davanti a persone, ad anime di carta: non c’è luce nei loro occhi; non c’è colore nei loro cuori. Vi chiederete come si possa vedere il colore del cuore…beh accade solamente nei tragitti scanditi da sentimenti ed emozioni; queste ultime infatti inevitabilmente tingono di molteplici colori le nostre esistenze, i nostri momenti.

Vi è mai capitato di non riuscire a indossare un colore in alcune fasi della vostra vita oppure di prediligerne un altro in altri momenti? Penso proprio di si. Ed è dall’associazione tra la carta e il colore che vorrei partire questa settimana.

Ci siamo lasciati parlando del diario, di un diario che è necessario riprendere a scrivere con la penna e, scrivendo spesso si utilizzano colori diversi. Qualche giorno fa il padre di un bambino che seguo mi ha fatto vedere il disegno regalatogli dal bimbo per la festa del papà: si trattava di un testo molto profondo e maturo per un bambino di 9 anni ma ciò che mi è saltato agli occhi è stato il fatto che fosse scritto e disegnato esclusivamente con il pennarello nero; parole, palloncini e croci con all’interno degli omini: il tutto nero. Avevo già pensato al tema del mio argomento di questa settimana e ho riflettuto su quanto sia necessario soffermarsi su quello che non sempre appare evidente. Una frase, un disegno, un colore…

Il termine anima, nell’accezione più generica, come del resto nella coscienza comune, “è il principio vitale dell’uomo, di cui costituisce la parte immateriale, che è origine e centro del pensiero, del sentimento, della volontà, della stessa coscienza morale”; pertanto è indubbio che quando parliamo di anima, parliamo di qualcosa di immateriale, di astratto ma allo stesso tempo di qualcosa che è molto più consistente di ciò che possiamo immaginare o pensare. Mi piace però anche soffermarmi sul significato della parola carta: incidere, per analogia al modo in cui, un tempo, si incidevano le lettere sulle tavolette di cera proprio come fa la penna sul foglio.

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Le anime di carta le incontri ovunque: hanno lo sguardo perso, spesso determinato ma senza sapere nel fare cosa, assomigliano alle bamboline di origami, una attaccata all’altra, l’una uguale a tutte le altre; penso che avere un’anima di carta sia la conseguenza e allo stesso tempo la causa di tanti disagi psicologici: come sosteneva Simone de Beauvoir “esistono dei procedimenti magici che aboliscono le distanze di spazio e tempo: le emozioni”. In effetti, se ci pensiamo, spazio e tempo sono due elementi utili al nostro orientamento ma ben sappiamo che ascoltare una canzono, rivedere una fotografia, indossare appunto un indumento di un colore ci riporta ‘magicamente’ ad un istante, ad un periodo, ad una fase della nostra vita; un po’ di anni fa ho visto un film che mi ha colpito particolarmente, Interstellar: il film narra di un gruppo di astronauti che viaggiano attraverso lo spazio cercando una nuova casa per l’umanità; fanno questo perché la Terra ormai era ritenuta inabitabile per l’uomo: il genere umano sembra irrimediabilmente in pericolo di estinzione entro due generazioni al massimo. Il protagonista, un ingegnere, sceglie di accettare la sfida ma non può rivelare alla figlia tutti gli obiettivi della missione ; la ragazza vive tutto ciò come un tradimento da parte del padre e così si rifiuta di salutarlo; dopo molti anni, lei stessa diventa ricercatrice e scopre il grande mistero dietro la partenza del padre, fino al loro ricongiungimento. Mi sono soffermata su questo, perché nel film viene spiegata la funzione di spazio e tempo e soprattutto è evidente che ci sono aspetti della nostra esistenza come le emozioni e i sentimenti che non funzionano secondo le leggi gravitazionali o spazio-temporali.

La poesia di Pellegrino con cui ho aperto questa settimana recita: “Non avrò più forse il modo di raggiungerti scalando ardimentoso i ripidi tornanti ma eterno resterai, sentiero degli incanti, nel cuore mio irrimediabilmente invaghito”: succede in questa nostra vita di incontrarci, di scambiarci emozioni, idee, energia senza sapere fino a quando tutto questo durerà. Spesso l’individuo vive per schemi e tradizioni poiché teme e rifugge la inevitabile imprevedibilità dell’esistenza; non mi riferisco solamente all’imprevedibilità della morte ma anche al non poter sapere cosa ne sarà delle nostre amicizie, del nostro ‘eterno’ amore, del nostro lavoro, degli affetti familiari. Spesso viviamo nell’illusione che il presente sia eterno e forti di questo, commettiamo errori, trascuriamo gli affetti più importanti, non dedichiamo sufficiente impegno nel lavoro che abbiamo la fortuna di avere.

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Le anime di carta vagabondano nei sentieri della nostra esistenza, sono leggere a tal punto che un soffio di vento le sposta, proprio come quando consentiamo a chi ci fa del male di destabilizzarci, quando silenziosamente ‘autorizziamo’ l’altro a piegarci o a stropicciarci proprio come si fa con la carta. La funzione della psicoterapia è proprio quella di restituire al cliente la capacità, il potere di scrivere quella carta bianca che è la sua anima; scrive Umberto Galimberti: “E’ preoccupante che sempre più spesso si cerchi conforto e sollievo nella diagnosi psicologica sottovalutando la profondità della psiche” e ancora….” La psicoterapia non è un percorso che conduce dalla malattia alla guarigione bensì un luogo di incontro che, quando funziona, conduce ad una migliore conoscenza di sé”. Galimberti si chiede cosa nasconda il patologizzare l’esistenza e l’essere persuasi di avere un bisogno così impellente di protezione, di tutela e al limite di cura. Penso che dovremmo riflettere su questo e cioè sulla necessità di tornare a conoscerci, a dedicarci spazi di cura per la nostra anima, affinchè non diventi un’anima di carta o tutt’al più sia una pagina scritta con i colori delle emozioni.

Alla prossima settimana

Teresa Fiora Fornaciari

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