I maltrattamenti subìti dagli animali nei circhi e nei templi

Ottantasei tigri morte in Thailandia per opera di monaci buddisti

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Da molti anni la società civile sta combattendo una sacrosanta crociata per difendere gli animali dai maltrattamenti subìti nei circhi.

Chiunque sia dotato di un minimo di sensibilità o semplicemente di pensiero autonomo, non può evitare di vedere la cruda realtà di quel mondo che si cela dietro larghi sorrisi e lustrini, un’ipocrisia senza fine che vorrebbe far credere che gli animali stiano bene.

Per sconfessare le rassicuranti parole dei circensi basti pensare che per stravolgere completamente l’istinto di un animale, si debba necessariamente ricorrere alla violenza e, di fronte alla faccia tosta di chi sostiene che gli animali si adeguano, basta porsi delle semplici domande:

È naturale per un orso ballare o per delle foche giocare con un pallone? Oppure per un elefante mantenere il suo peso di diverse tonnellate sulle sole zampe posteriori? O per dei felini saltare attraverso un cerchio infuocato, considerato anche il terrore atavico degli animali per questo elemento?

Ebbene, i circensi credono che tutto ciò sia naturale e normale per gli animali!

Questi maltrattamenti, peraltro, arrivano dopo che l’animale è stato allontanato dal suo ambiente, nel caso dei cuccioli anche dalla madre, e posto in un luogo sconosciuto e ostile.

Costretti a vivere in gabbie anguste, soggetti al caldo e al freddo e spesso, come nel caso degli elefanti, incatenati, gli animali ne escono solo per le esibizioni. Finito uno spettacolo ne inizia un altro e poi sono nuovamente costretti a estenuanti viaggi per raggiungere nuove città.

Questo scempio urta la sensibilità di chi ritiene che gli animali selvatici siano fatti per vivere liberi, ed hanno tutto il diritto di vivere la loro vita in libertà nella loro terra d’origine, non avendo commesso alcun crimine che giustifichi la loro prigionia a vita, il loro maltrattamento, e la loro umiliazione durante gli spettacoli.

Tuttavia, per quanto odiose, le violenze del circo sono comunque sotto la lente d’ingrandimento e alla fine vi si porrà sicuramente rimedio, ma si è in torto se si pensa che il male perpetrato nei confronti degli animali sia confinato sotto quei tendoni colorati.

Tra le tante forme di violenza è di questi giorni la notizia che arriva dalla Thailandia: ottantasei tigri morte sostanzialmente a causa dei maltrattamenti subìti per opera di monaci buddisti!

Che dire? Non c’è mai fine al peggio!

Le tigri erano state confiscate nel 2016 al «Tiger temple», il Tempio delle Tigri, un tempio buddista Theravada, nel distretto Sai Yok della provincia thailandese di Kanchanaburi, nella parte Ovest del paese, noto per essere una famosa meta turistica per milioni di persone ogni anno.

Per entrare nel tempio creato nel 1994 come tempio forestale e santuario per animali selvatici, si pagava un biglietto d’ingresso che consentiva di ammirare le tigri indocinesi, quelle Mek e una tigre del Bengala. I turisti potevano scattare dei selfie, ma dopo quella visita, molti di loro denunciavano che gli animali sembravano sotto l’effetto di droghe.

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Fin da subito il tempio venne accusato da attivisti per i diritti degli animali di aver maltrattato le tigri non solo per averle drogate ma anche per traffici aventi scopi commerciali.

I monaci si difendevano definendosi protettori della fauna selvatica e facevano leva sull’appoggio dei credenti, mentre in realtà le loro malsane azioni non avevano niente a che vedere con il Buddismo.

La tigre rappresenta la fede e lo sforzo spirituale con un solo punto debole, l’amore materno, per il quale sarebbero disposte a tutto, persino a sacrificare se stesse.

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Nel 2016, dopo diverse denunce, il governo thailandese decise di intervenire facendo delle ispezioni all’interno della struttura religiosa: gli ispettori scoprirono che gli animali erano, in effetti, drogati per stare con i turisti, trovarono inoltre quaranta cuccioli di tigre surgelati e venti barattoli contenenti organi dei felini. Durante la prima ispezione un monaco tentò di fuggire guidando un camion con centinaia di casse di pelle di tigre e denti nascosti in una valigia, mentre tre monaci furono subito arrestati.

Nei giorni successivi le autorità thailandesi avviarono le operazioni di rimozione delle tigri da quello che, di fatto, era uno zoo illegale, ma le operazioni furono molto caotiche per la protesta dei monaci e dei loro sostenitori. Alla fine, gli animali furono sedati e portati in due strutture gestite dal governo.

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Con l’intervento del governo quella storia di finta generosità rivelatasi un business senza scrupoli, sembrava dunque finita per i poveri animali, trasferiti in due strutture pubbliche della Provincia di Ratchaburi ma è notizia di ieri che ottantasei tigri sequestrate tre anni fa per salvarle dal controverso Tempio delle Tigri, sono morte nel periodo che hanno passato sotto la custodia del governo.

A causare i decessi il cimurro canino, l’inadeguata sistemazione e il fragile sistema immunitario dei felini. Gli animali soffrivano di problemi respiratori dovuti a una paralisi alla laringe, e altre malattie provocate dalla riproduzione per endogamia nella piccola comunità nei due siti dove erano allevate.

In effetti, sin dall’inizio le tigri non furono lasciate libere di tornare nel loro habitat naturale poiché, a causa del loro sistema immunitario molto fragile a causa della consanguineità, si ritenne che avessero poche possibilità di sopravvivere allo stato brado.

Le tigri erano, infatti, del tutto debilitate inoltre, essendo state tenute in cattività dai monaci, avevano perso il loro istinto selvaggio sviluppando altissimi livelli di stress. Se a tutto questo si aggiunge che diversi esemplari presentavano già all’epoca il virus del cimurro canino, ecco spiegato il successivo dilagare del contagio tra le gabbie.

«Il cimurro in realtà non è una patologia incurabile. È risolvibile con cibo e integratori adeguati, accesso ad acqua pulita e abbastanza spazio per muoversi - ha spiegato alla Bbc Edwin Wiek, fondatore della Ong “Wildlife Friends Foundation Thailand” - ma il ristretto budget del governo ha reso questo impossibile.

Le tigri venivano, infatti, tenute in gabbie piccole e anguste, facilitando la diffusione della malattia. Le autorità avrebbero dovuto chiedere un aiuto esterno, invece hanno continuato a lavorare per conto loro».

La vicenda ha comunque riacceso l’attenzione intorno al crescente fenomeno delle tigri in cattività. Non bisogna dimenticare che la Thailandia è stata a lungo un centro internazionale per il traffico illecito di animali selvatici e prodotti che ne derivano, come l’avorio, e uccelli esotici, mammiferi e rettili, di cui alcuni in via d’estinzione, che si trovano spesso in vendita nei mercati.

Quello delle tigri è in buona sostanza, un business molto redditizio sia per i trafficanti sia per i soggetti interessati a renderle un’attrazione turistica che rende molto attivo il bracconaggio nel sud-est asiatico.

I locali attivisti si battono da anni per la tutela della fauna selvatica sostenendo che allo Stato bisognerebbe erogare maggiori finanziamenti per prendere in custodia gli esemplari privati, mentre la Legge dovrebbe punire più severamente il bracconaggio e «l’industria delle tigri».

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Nonostante le nuove leggi introdotte nel 2015 sul benessere degli animali, a quanto pare, la strada da fare è ancora lunga, eppure nel 2010 durante il Summit sulla Tigre di San Pietroburgo, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica e supportare la conservazione della specie i 13 paesi che ospitano la tigre – Bangladesh, Bhutan, Cambogia, Cina, India, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Nepal, Russia, Thailandia e Vietnam – hanno fissato l’ambizioso obiettivo di raddoppiare il numero delle tigri selvatiche entro il 2022.

Questi 13 governi, tra cui la Thailandia, hanno approvato la Dichiarazione di San Pietroburgo, che prevede il raddoppio del numero delle tigri selvatiche fino a 6000.

Si tratta di un impegno che richiede tre conteggi completi delle tigri; il primo si è tenuto nel 2016, il secondo ci sarà nel 2020 e il terzo ed ultimo nel 2022.

In che modo si può raggiungere questo ambizioso obiettivo?

Aumentando il controllo e la tutela dell’habitat della tigre ed il monitoraggio degli esemplari creando dei corridoi di passaggio sicuri in quegli ambienti sempre più frammentati e distrutti; promuovere una campagna di informazione e sensibilizzazione; ridurre la domanda di prodotti fatti con parti di tigre utilizzati nella medicina asiatica e chiudere le “farm” illegali delle tigri.

Coordinare inoltre le azioni locali ed internazionali, implementando e rafforzando il supporto delle leggi dei governi locali per la tutela delle specie selvatiche, rendendo inoltre più dure e aspre le pene.

Il 29 luglio intanto, in tutto il mondo si celebra la giornata della tigre. Ci sembra un buon modo per tenere i riflettori accesi su questi bellissimi felini.

Gianmatteo Ercolino

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