I SOGNI DELLA FAMIGLIA BIDEN AFFOSSATI DAL KIEV-GATE

TRUMP DISPOSTO A TUTTO PUR DI VINCERE

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Un video mostra crudamente Joe Biden mentre minaccia di cancellare un miliardo di dollari di aiuti all’Ucraina qualora non venisse espulso il procuratore di quel Paese.

Quando il presidente Trump chiede all’Ucraina di indagare sulla corruzione, i democratici vogliono destituirlo. Hanno perso l’elezione. Ora vogliono rubare”: questo lo spot a pagamento lanciato su diverse reti tv nell’ambito della campagna elettorale di Donald Trump; dal quartier generale della campagna per la rielezione di Trump si è infatti avviata un’offensiva pubblicitaria da 10 milioni di dollari. Nel partito repubblicano sono ancora poche le voci di chi prende le distanze dal presidente o appoggia l’impeachment, mentre in quello democratico le accuse a Biden trovano terreno fertile.

L’ala sinistra, che ha sempre chiesto l’interdizione del presidente, è anche la più inferocita nei confronti di Biden. La prima vittima dell’impeachment potrebbe essere proprio il vice di Barack Obama. Osserviamo dunque come la condanna finale di Trump appare ancora improbabile perché servono i voti di due terzi del Senato, dove i repubblicani hanno la maggioranza; per condannare Biden occorre una fuoriuscita di consensi nella base.

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All’origine dello scandalo vi è una vicenda che vede coinvolti ben due esponenti della famiglia Biden, padre e figlio. Tutto ha inizio nel 2014, quando il presidente ucraino Viktor Yanukovich viene deposto da proteste anti-russe e filo-occidentali. Gran parte della sua famiglia si rifugia in Russia. Tuttavia, uno degli oligarchi vicini a Yanukovich rimane in Occidente: il magnate del gas Zlochevsky, coinvolto nelle dinamiche di corruzione. Nel corso del suo mandato in qualità di ministro dell’energia, dal 2010 al 2012, la sua azienda, la Burisma, si vede conferire diverse licenze statali. Lui sostiene di aver ceduto il controllo dell’azienda, ma in realtà lo ha semplicemente trasferito a se stesso attraverso delle “società ombra” a Cipro.

Dopo il crollo del suo protettore, Zlochevsky finisce sotto inchiesta in patria e all’estero. Nell’aprile del 2014 l’oligarchia nomina nel consiglio di amministrazione dell’azienda Hunter Biden, figlio del vicepresidente democratico allora in carica a Washington, con uno stipendio di 50.000 dollari al mese. Questa vicenda sarà usata da Trump, in una telefonata con il neopresidente ucraino, come capro espiratorio per poter rovinare Biden.

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Nel frattempo, Hunter si dimette. Quando il padre era vice di Obama, si occupava da vicino della crisi ucraina, chiedendo la cacciata di un procuratore in nome di una lotta alla corruzione. Apprendiamo inoltre dai media del suo divorzio, con la moglie che lo accusa di aver dilapidato il suo patrimonio in sostanze stupefacenti e prostitute.

Tutto ciò però non giustifica il gesto di Trump di richiedere ad un governo straniero di coinvolgersi nella campagna elettorale americana. Tra l’altro, Biden stava già calando nei sondaggi…

Giuseppe Capano

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