IL VENTAGLIO, STRUMENTO DELLA GRANDE OPERA ALCHEMICA

PARTE III - LE PRATICHE DI DIVINAZIONE LEGATE AL VENTAGLIO

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Nella seconda parte abbiamo parlato del legame del ventaglio con l’elemento fuoco; tuttavia, va ricordato che esso ha una stretta relazione anche con l’acqua. Spesso, infatti, la montatura è di madreperla, o aliotide, o di abalone. Stecche che nella loro perlescenza emanano raggi multicolori, che ricordano il riflesso della luce sul pelo dell’acqua.

Talvolta vi sono incastonate perle o, nel periodo rococò, esse venivano decorate con coralli intagliati e conchiglie.

Non è casuale la varietà infinita di forme, materiali, colori, soggetti rappresentati. Ogni ventaglio si allinea all’energia e alla frequenza della persona che lo sceglie, in base al proprio sentire. Un ventaglio non è la manifestazione di una preferenza qualsiasi, è una scelta di benessere, di potenziamento delle vibrazioni di se stessi.

Detto questo, esistono poi esemplari che hanno un vero potere contenuto nel soggetto rappresentato. Nello specifico, due esemplari, uno in mio possesso, ed uno che conosco molto bene, sono esemplificativi di quanto detto finora.

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Il primo, con pagina trilobata e firmato C. Albert. Ciò che innanzi tutto salta all’occhio di un esperto è la discrepanza fra la forma e l’abbigliamento del soggetto rappresentato. C’è come una sorta di discronia, che lo fa sembrare più recente, ma in realtà non lo è. Siamo quindi in presenza di un ventaglio della seconda metà dell’Ottocento, con un personaggio femminile al centro, abbigliato da pastorella. Ecco che il primo pensiero è “Et in arcadia ego”.

La giovane donna tiene in mano un sottile bastone adornato di fiori, siede pensosa come Amarillide, ma ha un inusuale abito rosso fuoco, ed è magistralmente dipinta su uno sfondo che da un lato è oscuro e tormentato, praticamente nero, e dall’altro è pervaso di una luminosità dirompente, dalla tonalità bianca.

Non ci vuole molto ad immaginare il soggetto nascosto di questo ventaglio: è semplicemente la rappresentazione dell’Opera Alchemica, ma con una quantità di simboli ulteriori che lascia basiti. Intanto, il numero tre che già è evidenziato dalla forma della pagina, ritorna nelle stecche principali, che si chiamano guardie, decorate con tre linee brillanti date da minuscoli tondini di acciaio, allora materiale piuttosto costoso. Le stecche stesse hanno un intaglio a larghezza diversa e appaiono come divise in tre parti. La fine della stecca è una stella a sei punte, e vedendo il tutto nel suo complesso appare come una stella cometa assai particolare. Ecco dunque che dal numero tre siamo passati al sei, e ci troviamo davanti al sigillo di Salomone.

I materiali: seta per la pagina, tartaruga per le stecche, madreperla per il sigillo intorno al rivetto.

Aria, terra, mare, Nigredo, Albedo, Rubedo, Corpo, Spirito, Anima, Zolfo, Mercurio,

Sale. Tutto è racchiuso in un “semplice” ventaglio, forse appartenuto ad una esoterista, una studiosa di antichi misteri e di ermetismo, chissà. Io lo chiamo “il ventaglio alchemico”.

E siccome ci siamo addentrati sul terreno dell’esoterismo, è d’obbligo parlare di un esemplare di cui invece si conosce la proprietaria.

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Il suo nome è Marie-Thérèse de La Ferté Imbault marchesa d’Étampes (Parigi, 20 aprile1715Parigi,15 maggio1791) fu un personaggio molto noto della mondanità francese del XVIII secolo che con il suo salotto letterario rivaleggiò con la madre Madame Geoffrin, famosa salottiera parigina.

La marchesa, un po’ per gioco e un po’ sul serio, fondò nel 1775 l’Ordre des Lanturelus (o Lanturlus) i cui membri, ostentando la loro stravaganza, si dedicavano alla presa in giro di se stessi e degli eminenti personaggi delle cronache mondane e politiche attraverso componimenti poetici in cui vi era l’obbligo di rimare con la parole “lanturelu, lanturelu, lanturelu”.

L’Ordine era presieduto da una Gran Maestra che veniva indicata solo con il nome d’Imbault; ella riuniva la sua corte in estate a Athis, nella casa di campagna del duca di Rohan, fra Parigi e Corbeil, sulla riva sinistra della Senna.

In inverno la Gran Maestra presiedeva ogni giovedì le sue sedute a tavola nel suo albergo di Parigi dove riuniva i membri dell’Ordine. Suo Cavaliere Gran Maresciallo era il Conte di Montazet, promosso a questa carica all’unanimità il 23 novembre 1775. Fu lui che redasse lo statuto dell’Ordine. Gran lettore era il Conte d’Albaret.

Tale circolo iniziatico-letterario aveva per Connestabile il Conte di Narbonne, soprannominato Fritzlar. Alcune poesie composte dai membri dell’Ordine arrivarono sino alla Zarina Caterina II che raccomandò ai suoi nobili di farsi accogliere nell’Ordine dei Lanturlu, onore che ottennero facilmente i suoi figli, la nuora e qualche Principe della sua corte.

Il ventaglio, appartenuto a colei di cui vi ho sopra parlato, è assai raro e di indiscutibile bellezza, ed estremamente complesso da interpretare, visto il numero di simboli presenti. Ha una doppia pagina in carta dipinta a mano, e stecche in legno laccato con decori tipo chinoiserie.

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Una pagina rappresenta la Magia Bianca, l’altra quella Nera. Ambedue hanno un soggetto fondamentale, che si pone come “Sacerdote”. La pagina “nera” ha una infinità di particolari che ci richiamano all’occultismo, a partire dai tre cerchi di protezione. Il primo a sinistra, con i segni zodiacali. All’interno, un uomo e una donna che compiono la divinazione del setaccio e delle forbici. Era un metodo usato nell’antica Grecia e nel Medioevo per evocare un demone attraverso una frase impronunciabile. Se le forbici tremavano, il demone era presente. Questa forma di divinazione si chiama coscinomanzia. Veniva altresì utilizzata per scoprire l’eventuale colpevole, mosso da forze oscure.

La coscinomanzia è una forma di divinazione che usa un setaccio o delle forbici, in voga nell’antica Grecia, nell’Europa medievale e del primo evo moderno e nel New England del XVII secolo per determinare la parte colpevole di un crimine.

L’etimologia della parola proviene dal greco koskinomantis ed in latino dette origine al vocabolo coscinomantia, cioè un indovino che usa un setaccio: il termine viene utilizzato da svariati scrittori greci, tra cui Filippide, Giulio Polluce e, forse il più conosciuto, Teocrito. Se ne ha una chiara descrizione nel dodicesimo capitolo dell’opera di Agrippa di Nettesheim, del 1533: l’autore ritiene che il movimento del setaccio sia provocato da un demone, richiamato al suo dovere da una frase sussurrata, frase che, ad ogni modo, nessuno intende pronunciare, né ad alta voce né in altro modo.

In un metodo, un setaccio veniva sospeso ad un filo, e una lista di nomi di sospettati veniva pronunciata ad alta voce. La persona il cui nome veniva letto quando o se il setaccio tremolava o aveva un movimento, era il perpetratore (un meccanismo simile è usato nella cleidomanzia).

Un’altra forma di coscinomanzia era quella di mettere in equilibrio un paio di pinze o forbici sui polpastrelli o le unghie di due persone poste una di fronte all’altra. Anche qui, il colpevole avrebbe provocato un tremolio delle forbici. La relazione tra questi due metodi è probabilmente storica, poiché entrambi erano praticati ad Atene.

Il fatto che ad operare, sul ventaglio, siano un uomo e una donna, di per sé è molto importante, perché ciò spiega come, per procedere correttamente in qualsiasi ambito iniziatico, siano necessarie ambedue le polarità.

Anna Checcoli

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