IL VENTAGLIO, STRUMENTO DELLA GRANDE OPERA ALCHEMICA

PARTE I - LA STORIA DEL VENTAGLIO

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Troppe volte, nel parlare di ventagli, ho colto un sorriso, uno sguardo fra lo scherno e la sufficienza. Un po’ come quando parli di esoterismo al profano.

Il ventaglio è un simbolo, al pari della squadra e del compasso, è il depositario di misteri che si schiudono solo all’intenditore, al cultore, e talvolta nemmeno a questi.

Esso è antichissimo: il suo uso si perde nella notte dei tempi, quando l’uomo, per muovere l’aria o scacciare gli insetti, agitò inconsciamente la mano. L’evoluzione di questo prezioso oggetto fu determinata dagli scambi commerciali e culturali fra Oriente e Occidente. Il rinvenimento di numerosi reperti egiziani documenta l’impiego quotidiano del ventaglio fin dal 3200 a.C.: era rigido, non pieghevole; quelli a lungo manico erano portati da dignitari importanti e servivano per rinfrescare o proteggere il Faraone dagli insetti; erano anche utilizzati dai sacerdoti per la purificazione delle statue divine. Due ventagli che sono esposti al Museo de Il Cairo, in origine con quarantadue piume di struzzo di colore alternato bianco e marrone, appartennero a Tutankhamon: i manici sono di avorio, oro e pietre dure.

Alcune testimonianze archeologiche, quali vasi e statue di epoca greca e romana, documentano l’uso di ventagli rigidi a forma di foglia, che potevano essere realizzati con materiale vegetale o con piume.

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Dall’epoca etrusca sono invece giunti fino a noi i flabelli bronzei di Populonia, con decorazioni a sbalzo, databili dopo la metà del VII secolo a.C., considerati il simbolo di uno status sociale maschile e femminile. L’uso del flabellum fu adottato anche dalla Chiesa cristiana nella liturgia. Grandi flabelli furono usati fino al pontificato di Giovanni XXIII (1963).

L’Italia annovera tre preziosissimi flabelli, che testimoniano il loro utilizzo fino al tardo Medioevo. Il più antico è conservato nel tesoro della basilica di S.Giovanni a Monza: si tratta di un ventaglio a coccarda, con custodia, databile verso il 600 d.C., data che ne confermerebbe l’appartenenza alla Regina Teodolinda. Il secondo, (875 d.C. ca.), proveniente dall’Abbazia di Tournus, è conservato al museo fiorentino del Bargello: anch’esso è a forma di coccarda (rotondo a 360°), in pergamena dipinta con soggetti di santi e decorazioni vegetali, e presenta un manico-astuccio in avorio e osso scolpiti meravigliosamente. L’ultimo si trova in Puglia ed è riferibile al XIII secolo.

Sempre nel XIII secolo apparve una nuova forma di ventaglio, definito ventarola a bandiera. Diffusa in Europa fino all’apparizione dei ventagli pieghevoli nel 1500, è ancora in uso presso alcune popolazioni. Prima della metà del ‘500 le ventole furono utilizzate per dare sollievo ai sofferenti negli ospedali, alle partorienti, oppure nelle osterie e presso i barbieri: le regole igieniche erano poco rispettate e proliferavano insetti fastidiosi.

Durante il XVI secolo fu introdotto il ventaglio pieghevole, consistente in stecche e pagine pieghettate richiudibili. Questi nuovi esemplari, estremamente più comodi, tanto che sono ancora diffusi, arrivarono in Europa dall’Oriente tramite le relazioni commerciali portoghesi e veneziane. Furono probabilmente inventati in Giappone e in Cina a partire dal IX secolo, traendo ispirazione dalla conformazione delle ali dei pipistrelli.

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Il successo di questi ventagli fu enorme: dobbiamo ringraziare, per la sua diffusione, Caterina de’ Medici (1519/1589), che ne portò un gran numero nel suo corredo di sposa alla corte di Francia, dove destarono meraviglia.

In Giappone il ventaglio era utilizzato dagli uomini: in guerra, durante le battaglie, con esso i comandanti trasmettevano segnali, e all’occorrenza si trasformava in arma, poiché le stecche erano in acciaio. Anche in Occidente, almeno fino a tutto il XIX secolo, gli uomini usavano il ventaglio.

Il lusso sfrenato che talvolta questi oggetti raggiunsero indusse il Senato della Repubblica Veneta, più volte, ad emanare leggi che impedissero l’uso di materiali eccessivamente preziosi.

Nel ‘600 il ventaglio attrasse non pochi artisti famosi, fra i quali Carracci e Bosse: essi lasciarono incisioni e disegni. Durante questo secolo nacquero corporazioni di artisti ed artigiani, patrocinate in Francia dal Re Sole, ed in Inghilterra dalla Regina Anna Stuart.

Del resto, durante il XVIII ed il XIX secolo le dame della nobiltà e dell’alta borghesia possedevano molti esemplari da utilizzare nelle svariate occasioni della giornata, indipendentemente dal clima. I ventagli scandivano la vita delle donne più abbienti: ve ne erano per sancire un fidanzamento, nella corbeille de marriage (corredo), per la presentazione a corte, per festeggiare la nascita dei figli, per gli eventi luttuosi.

All’epoca della Rivoluzione Francese i ventagli furono un tramite per divulgare alle masse alcuni eventi salienti e la storia dei personaggi importanti. Alcuni erano controrivoluzionari e quindi vietatissimi, perché inneggiavano a Luigi XVI ed alla famiglia reale: essi sono assai rari.

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L’Italia, dopo aver dettato legge in materia di ventagli nel XV e XVI secolo, ed essere stata in seguito surclassata da Francia ed Inghilterra, meglio organizzate e competitive, tornò ad imporre un proprio stile nel XVIII secolo con esemplari prodotti a Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli. I più ambiti, subito riconoscibili, furono quelli con vedute urbane, archeologiche e paesaggistiche, denominati Grand Tour.

Nel 1700 fu anche ideato un linguaggio “a distanza”, per trasmettere specifici messaggi a seconda del modo in cui il ventaglio veniva tenuto, aperto o mostrato. Esso fu codificato nel XIX secolo, e fu molto utile alle dame per fissare appuntamenti segreti, ma anche per i giochi di società.

Questa breve introduzione è necessaria per permettere di comprendere l’importanza ed il peso dei ventagli nella storia, accessori non trascurabili, non voluttuari, ma veicoli di valori etici, sociali, estetici, politici, spirituali, talvolta occulti.

A breve la pubblicazione della Parte II

Anna Checcoli

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