IL PORTO DELLE NEBBIE

IL RAPIMENTO MORO (Terza parte)

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Aldo Moro, il Presidente della Democrazia Cristiana, ossia il partito di maggioranza in Italia, era stato rapito. Ma qualcosa non torna, quel rapimento ha dei punti oscuri, non chiariti. Se fossimo in un film si potrebbe fare un fermo immagine a 360 gradi, ed è a questo che servono i rilievi della Polizia Scientifica subito dopo un fatto grave, a congelare nel tempo tutti gli elementi. E questi dati, questi elementi, ora sono stati analizzati, quasi quaranta anni dopo, da una Commissione creata appositamente per poter valutare tutto senza temere di scoprire cosa c’è sotto la polvere. Tutto il tempo trascorso ha provveduto infatti a far si che il caso potesse essere riaperto senza per questo provocare scomodi imbarazzi. Già, in fondo si parla solamente della morte di alcune persone, e di un tragico episodio che stravolse l’Italia. Innanzitutto è stato desecretato un documento, rimasto chiuso in un archivio, datato 18 febbraio 1978, inviato da un agente dei servizi segreti in forza presso la sede libanese di Beirut. In questo cablogramma viene rivelato che alcune organizzazioni terroristiche europee hanno pianificato congiuntamente una operazione terroristica di notevole portata, che coinvolge anche l’Italia. Il documento non ha firma, ma all’epoca, l’unico interlocutore italiano con le forze rivoluzionare palestinesi era Stefano Giovannone, un militare coinvolte in quasi tutte le vicende dai contorni poco chiari dell’Italia degli anni 60 – 80, dal traffico di armi fino alla scomparsa dei giornalisti De Palo e Toni. Era senza dubbio un personaggio da tenere in considerazione, e le sue informative arrivavano subito sulle scrivanie importanti, ma questo cablogramma invece venne secretato.

cms_7072/2.jpgInoltre la Commissione ha trovato una relazione di un dirigente della Digos, Domenico Spinello, in cui viene rivelato un incontro molto riservato tra lui ed Aldo Moro, in cui lo statista chiedeva di attivare urgentemente un servizio di vigilanza per i suoi uffici. Il punto chiave sta nella data dell’incontro, ossia il 15 marzo del 1978, la sera, solamente 12 ore prima del rapimento. Ovviamente Moro aveva ricevuto informazioni, ma non potendo rivelare la fonte si era limitato a richiedere protezione. Possibile che soltanto Moro sapesse? Certamente Spinelli non prese la questione sul serio, in quanto il documento, pur rivelando l’incontro, è datato 22 febbraio 1979, quasi un anno dopo i fatti di via Fani, un discarico dettato da ragioni ignote, così come sono ignote le circostanze che portarono il dirigente della Digos ad ignorare la richiesta. Eppure Spinelli sapeva che Moro aveva ragione, poiché sempre la Commissione, riesaminando tutti i dati, ha scoperto che l’Alfasud del dirigente era partita dalla Questura centrale, in via Genova, alle ore 08;30, circostanza confermata dall’autista durante una deposizione, per dirigersi verso via Fani, quel 16 marzo 1978. Ma il rapimento avvenne alle ore 09;03. Una precognizione? Oppure altre soffiate di cui non venne mai data notizia? E poi, pur considerando il traffico, 30 minuti per raggiungere Monte Mario, il quartiere dove venne prelevato Moro, con una macchina civile della Questura, appaiono eccessivi, considerando che all’epoca non circolavano tutti i veicoli di oggi.

Ancora, tornando sulla scena del crimine, il Bar Olivetti, che dava proprio sulla strada, era di proprietà di una persona coinvolta in un traffico di armi internazionale, eppure nessuno pensò di indagare in quella direzione. L’ultima serie di ambiguità rilevate dalla Commissione riguarda le foto scattate sul luogo, elementi preziosissimi in qualsiasi inchiesta giudiziaria, ma molti rullini sono scomparsi nel nulla, finiti chissà dove, forse per sbadataggine e magari verranno ritrovati tra altri decenni in qualche cassetto. Una di queste pellicole venne consegnata ad un magistrato impegnato nelle indagini, ma secondo una testimone, il giudice tagliò 5 negativi restituendolo, senza nemmeno allegare un verbale, come si trattasse di poca cosa, peccato che nessuno saprà mai quali foto siano state tagliate a discrezione del togato. I testimoni oculari poi, volutamente non ascoltati ed ignorati da chi indagava sui fatti in quegli anni di piombo, sono stati oggetto di attenzione per la prima volta proprio da questa Commissione, ma quasi 40 anni di distanza possono incidere sulla memoria di tutti, ed intanto la nebbia non si dirada, ma diventa più fitta.

Paolo Varese

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