IL LENTO CAMMINO DI UNA POLITICA ARRETRATA

Cosi l’Italia dice no al diritto di quasi 1 milione di ragazzi che aspettavano l’approvazione dello Ius Soli

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Tutto ciò che ci capita nella vita è strettamente legato al contesto in cui viviamo. Nelle faccende politiche, sociali, economiche che ci toccano da vicino, nelle scelte che facciamo o che ci tocca fare. Prendete da esempio una qualsiasi scelta importante che avete fatto quest’anno oppure che non avete potuto fare. Ogni volta ci sono muri da abbattere sia dentro la sfera personale che fuori, nel nostro contesto di vita.

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Voglio dire, avete mai provato a lasciare questo Paese senza avere la possibilità di farlo perché vi sentite ingabbiati tra le sue mura burocratiche? Dopo ben 15 anni di permanenza, penso che l’Italia non faccia altra politica se non quella che consiste nel tenere “in ostaggio” le persone, trascinandole negli anni con flussi, sanatorie, quote stagionali etc. che hanno come unico scopo quello di sanare la situazione migratoria trattandola solo come un problema emergente, senza mai risolvere la questione radicalmente. Si è sempre discusso di ridurre i tempi di attesa per l’ottenimento della cittadinanza da 10 a 5 anni di residenza e lavoro, e l’Italia cosa fa? Inventa la Carta di soggiorno a lungo termine. Se resti fuori dall’Italia per più di 6 mesi, magari per cercare fortuna in un altro Stato, perdi anche quello.

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Ma se bastano 6 mesi per integrarsi in un Paese, perché in Italia non sono abbastanza quasi 30 anni di soggiorno per parlare ancora di integrazione e non di interazione? All’Italia piace aggrapparsi a nozioni che illudono o che non lasciano spazio a strade alternative, perché in fin dei conti tu che sei venuto a vivere qui da un altro Paese rimarrai sempre un immigrato che avrà sempre bisogno di integrarsi, anche se conosci molto bene le leggi italiane, la mentalità, la cultura, gli autori e le figure di spicco. Anche se sai a memoria i versi di Dante Alighieri, anche se conosci bene le vie di Milano e sai muoverti benissimo con i mezzi giorno e notte anche senza macchina, avrai sempre qualcosa da modificare: il tuo linguaggio, il tuo accento straniero che ti rimarrà attaccato per tutta la vita e tutto ciò che ti distingue subito dagli italiani, quella fisionomia che spesso ipotizzano essere romena, polacca, russa, senza mai azzeccare la tua vera nazionalità. Ma fa nulla, tanto siamo tutti immigrati!

cms_8151/4.jpgCe n’erano e ce ne sono ancora tanti in giro a inghiottire quella verità che colloca la Romania dentro al club UE. Tutto molto lentamente. Chissà se dopo 50 anni di permanenza io sarò ancora qui a parlare di integrazione. Alla politica italiana piace prendersela comoda, svincolarsi: c’è sempre una via di deviazione ai problemi. Ma, in fondo, chi sono io per giudicare… posso solo raccontare ciò che mi tocca da vicino, anche perché non darne notizia mi sembrerebbe un torto verso tutti quelli che fino ad oggi hanno sostenuto le lotte che ci è toccato combattere, pur nel nostro piccolo, impiegando tempo e passione.

Ci siamo spesso uniti in un’unica voce, noi comunità straniere. Perché non dovremmo farcela tutti insieme? Non è colpa della società civile, nemmeno dei miei amici italiani. E’ colpa di una politica che chiede sempre di più di spaccare, di individualizzare, di separare gli individui in tutti i piani possibili, creando così tanti burattini da poter facilmente controllare. E’ una politica arretrata, figlia di alcuni gruppi - che definirei piuttosto massonerie - che non lasciano progredire e guardare avanti, intenti a creare generazioni prive di pensiero critico, di riflessione e di socialità, perché altrimenti questo si chiamerebbe socialismo.

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Così l’Italia dice “No” al diritto di quasi 1 milione di ragazzi che aspettavano l’approvazione dello Ius Soli culturae e del diritto di avere la cittadinanza che spetta loro. Un “No” simbolo di un’Italia che non vuole cambiare, di un’Italia arretrata, dove la legge è gestita da vecchie cosche che temono i cambiamenti e il progresso. Un “No” che fa ben comprendere quanto questa Italia sia rimasta ferma ai primi sbarchi degli anni ’90. Un’Italia che usa ancora la parola “integrazione” per una migrazione che ormai conta ben 27 anni, un Paese ancorato alle vecchie concezioni e alle vecchie idee del fascismo e dell’intolleranza, della “cultura-non cultura” di partiti che da anni rubano l’identità e il diritto di persone che crescono, lavorano e contribuiscono alla sussistenza della Nazione. Un’Italia che vuol crescere generazioni di giovani succubi di una politica obsoleta e ineguale, paragonabile a nessun altro Paese democratico. Un’Italia che, forse, non merita la partecipazione all’Unione Europea, di cui fa parte.


Forse dimenticano che noi proveniamo da un’altra cultura, e che le radici della società e dell’unità familiare ce le abbiamo nel sangue. O forse lo sanno, e per questo ci temono perché sanno che siamo capaci di unirci e di prendere le redini di questa società portandola verso un cambiamento radicale, verso il progresso, verso la ragione, verso quello che tutti siamo bravi a gridare ma non abbiamo il coraggio di fare: essere e sentirci ancora umani.

Come diceva il nostro amico Guido: "I ragazzi stranieri sono la vera forza motrice di questo Paese perché loro sanno ancora che cosa è la sofferenza, sanno cosa vuol dire lavorare per vivere e non vivere per lavorare, sanno che cosa vuol dire aiutare la famiglia e avere rispetto per i genitori , sanno cosa vuol dire essere amati in una folla piena di pregiudizi, sanno regalare quei sentimenti che a te possano sembrare antichi e trovare applicazione ai detti della tua bisnonna perché loro sanno cosa vuol dire famiglia, unità, socialismo, per l’appunto!”.

Marsela Koci

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