IL LAVORO NOBILITA L’UOMO E A VOLTE LO RENDE SCHIAVO

LAVORATORI PAKISTANI IN ITALIA DENUNCIANO IL “PADRONE”

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Il viaggio della speranza lungo il mediterraneo di tre ragazzi pakistani, si è concluso con un triste epilogo. Giunti in Italia, invitati da un loro connazionale con il miraggio di un futuro dignitoso, i giovani hanno trovato occupazione in un’azienda nautica, trattati come schiavi, frustati e infine minacciati di morte. I giovani trentenni si sono ribellati. La denuncia è sul tavolo della Procura di Massa, dopo una prima vertenza dei tre fatta inizialmente alla Cgil. I tre pakistani hanno dichiarato che il loro stipendio pagato con bonifici, veniva in parte restituito in contanti al “padrone”. Si legge inoltre nella denuncia, che i tre sarebbero stati costretti a lavorare sino a 13 ore al giorno, inizialmente senza contratto, e sprovvisti di mascherina e altre protezioni. Uno dei tre giovani è stato accoltellato riportando gravi ferite, per non aver ritirato la denuncia.

Dobbiamo tristemente ammettere che ogni progresso della civiltà, è nato alle spalle della schiavitù; sono trascorsi poco più di due secoli da quando questa forme di inciviltà è stata abolita. Tuttavia solo sulla carta. In effetti questo fenomeno continua ad esistere nella realtà dei nostri giorni, proliferando in ogni parte del mondo, sotto diverse forme. L’ombra della schiavitù si intercetta in diversi contesti lavorativi, rimarcando l’esempio dell’antico Impero romano; lo schiavo aveva il diritto ad un alloggio, cure mediche, e vitto; molti schiavi ricevevano una sorta di formazione (per esempio quelli destinati alla guerra).

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Anche molte aziende moderne offrono le stesse opportunità ricoprendo spesso anche i costi di formazione. Tutti mezzi utili a rendere il dipendente in qualche modo di proprietà dell’azienda. Certo è un estremismo quello di usare violenza fisica sui lavoratori, e raramente per fortuna si arriva a dare frustate (come nel caso del datore di lavoro dell’azienda nautica italiana, accaduto solo pochi giorni addietro); sebbene dobbiamo riconoscere che le catene sono utilizzate anche adesso, anche se in maniera virtuale.

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Le catene degli schiavi delle antiche fazendas, infatti sono state sostituite dal cellulare che il padrone rilascia ai dipendenti, tenendo sotto controllo ogni movimento del lavoratore. L’incertezza del proprio futuro e la mancanza di libertà che caratterizzano la vita dello schiavo, sono componenti presenti anche nella classe lavoratrice dei nostri giorni, se pensiamo ad esempio ad alcuni tipi di contratti in vigore. Un semplice contratto di lavoro a tempo determinato (se siamo fortunati ad averne uno), può insinuare nel lavoratore il tarlo dell’incertezza di un futuro dignitoso, che è la fondamentale aspirazione di ogni uomo in qualunque tempo. Lo abbiamo imparato attraverso il Padrenostro sin da bambini, che a qualsiasi punto delle coordinate geografiche e culturali viviamo, la preghiera che innalziamo è identica per tutti : “Dacci oggi Signore, il nostro pane quotidiano”.

Susy Tolomeo

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