IL CUORE SI ADATTA ALLE VARIE CONDIZIONI DI VITA

A RIVELARLO UNO STUDIO CONDOTTO SU UNA STAZIONE SPAZIALE

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Una della prime distinzioni che ci hanno insegnato riguardo i muscoli del nostro corpo è quella tra volontari e involontari. Tra i primi sono inclusi praticamente tutti, polmoni compresi; nella seconda categoria, invece, rientra esclusivamente il cuore. Ed è proprio il muscolo più importante di tutti il protagonista dell’ultimo studio scientifico.

Il cuore pompa il sangue in tutto il corpo contraendosi e distendendosi, secondo una velocità denominata “battiti al minuto” o BPM. Questo deve avvenire in condizioni normali, senza sforzi eccessivi di alcun tipo, onde evitare gravi problemi.

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Esistono, tuttavia, delle condizioni in cui al muscolo cardiaco è richiesto uno sforzo maggiore per adempiere al suo compito. Un esempio di tale processo è ben ravvisabile quando ci si trova in alta montagna: essendo l’aria rarefatta, e quindi minore l’ossigeno immesso nel corpo tramite la respirazione, il cuore deve pompare sangue alla stessa velocità ma con meno “carburante”.

Molte volte, infatti, gli alpinisti sono stati costretti a interrompere le loro escursioni per non subire seri danni fisici. Ma l’ultimo studio condotto sulla Stazione Spaziale “Space X” dalla capsula Dragon potrebbe far felici gli escursionisti montani e, soprattutto, gli astronauti.

L’esperimento, pubblicato su Stem Cell Reports, è ad opera dei ricercatori della statunitense Stanford University. Come recita il titolo della rivista, si è partiti dalle cellule staminali, ormai indispensabili nell’ambito delle scoperte scientifiche.

Grazie ad esse, il team coordinato da Joseph Wu ha rilevato come le cellule del cuore si comportino diversamente nello spazio, poiché capaci di adattarsi a condizioni diverse da quella solita. “Siamo sorpresi, il nostro studio è il primo a utilizzare le cellule staminali per studiare gli effetti del volo spaziale sulla funzione del corpo umano” dichiara lo scienziato.

Astronauti e ricercatori scientifici, per giungere a questa importante conclusione, hanno simulato un contesto di microgravità e hanno prelevato cellule staminali cardiache. Queste ultime hanno trascorso cinque settimane e mezzo sulla stazione spaziale, mentre un altro gruppo è stato studiato parallelamente come controllo, sulla Terra.

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Una volta rientrate dalla “gita” nel cosmo, le staminali cardiache non avevano alterato la propria struttura, cambiando al contrario la loro velocità di battito. Oltre a rimanere colpita da come queste cellule si siano adattate velocemente in un contesto semi-estremo, l’équipe scientifica ha riscontrato delle variazioni in oltre duemila geni: la velocità della loro attivazione era profondamente cambiata durante e dopo il volo spaziale, salvo poi tornare entro i valori standard dopo una decina di giorni.

“Studi come questo potrebbero fornire importanti informazioni sui meccanismi cellulari che potrebbero giovare tanto alla salute degli astronauti - conclude Wu - A maggior ragione durante i voli di lunga durata”.

Francesco Bulzis

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